Parole di pietra
La vita dell'antica Roma raccontata dalle epigrafi della via Appia

Home | Mappa del sito | Itinerario Virtuale |Storia | Archeologia | Vita Quotidiana| Religione | Immagini | Siti consigliati

Archeologia. Sarcofago

Indice degli argomenti:

Ara

Architrave

Base

Blocco

Bottega marmoraria

Castrum Caetani

Cinerario

Cippo

Colombario

Forte Appio

Heredem Sequetur

Inumazione ed incinerazione

Iscrizioni funerarie metriche

Lastra

Mensa Sepulcralis

Sarcofago

Stele

Testamento sepolcrale

Titulus pedaturae

Chiamiamo sarcofago, vocabolo derivato dal greco σαρκοφάγος  (ovvero “carnivoro” in riferimento alla pietra calcarea che nell’antichità si riteneva accelerasse la decomposizione dei cadaveri) un’arca sepolcrale in pietra, legno, metallo o terracotta in cui è ricavato un vano per contenere il corpo di uno o eccezionalmente di due defunti, munita di coperchio per la chiusura e spesso decorata da fregi e sculture, nonché corredata di iscrizione.

I sarcofagi erano destinati ad essere interrati oppure posti in edifici funerari, appoggiati sul piano di calpestio o su basamenti, sistemati in nicchie o allineati lungo le pareti, dove potevano essere visti solo da chi aveva accesso al sepolcro.

Potevano essere anche collocati come monumento a sé stante all’aperto. Questo tipo di sepoltura nel mondo romano convisse a lungo con l’incinerazione. La pratica inumatoria si diffuse in ambito romano fin dal I a.C., ed inizialmente fu impiegata di rado. A partire dall’età Severiana, e ancor di più con la progressiva affermazione del Cristianesimo, l’inumazione divenne la pratica funeraria dominante, anche in virtù del veto cristiano nei confronti dell’incinerazione.

La maggior parte dei sercofagi romani giunti sino a noi fu realizzata in marmo: la cassa ha forma geometrica parallelepipeda oppure a vasca con spigoli anteriori e posteriori arrotondati (sarcofagi a tinozza) mentre i coperchi hanno forme e dimensioni variabili: si va dalla semplice lastra appoggiata o incastrata sulla cassa, al tetto a botte e a doppio spiovente con acroteri angolari, ai letti funebri su cui sono sdraiati i corpi dei defunti (sarcofagi a kline).

I rilievi figurati, ottenuti tramite il bassorilievo, l’altorilievo e il tutto tondo e disposti su uno o più registri, possono distribuirsi sulla faccia frontale, sui fianchi talora sulle quattro facce della cassa e non di rado sull’alzata del coperchio. 

Il repertorio iconografico spazia dalle scene di vita umana a quelle mitologiche suddivise in cicli (miti specifici, dionisiaci, marini, eroti, Muse, filosofi e poeti, decorativi e stagioni).

Data la varietà delle tipologie e dei marmi usati, le differenze di misura, della ricchezza degli apparati figurativi e del pregio dell’esecuzione, i sarcofagi offrono in pieno la misura delle possibilità economiche del committente, che non dovevano essere limitate, ma addirittura ingenti nel caso di sarcofagi monumentali.

Elemento importante del sarcofago, tuttavia non sempre presente, è l’iscrizione che faceva riferimento al defunto. Scolpita o dipinta sui lati lunghi della cassa o del coperchio, o su entrambi, poteva essere relegata in appositi spazi scorniciati quando l’intera superficie era occupata da una ricca ornamentazione. In caso di sarcofagi anepigrafi terragni l’iscrizione era predisposta sul pavimento.

Con l’affermarsi del rito inumatorio e per il pregio artistico della decorazione, molti sarcofagi conobbero un reimpiego post -classico documentato sia dalla loro collocazione nelle chiese cristiane che dalle nuove iscrizioni incise al posto delle originarie oppure coesistenti.