Parole di pietra
La vita dell'antica Roma raccontata dalle epigrafi della via Appia

Home | Mappa del sito | Itinerario Virtuale |Storia | Archeologia | Vita Quotidiana| Religione | Immagini | Siti consigliati

Archeologia. Testamento sepolcrale

Indice degli argomenti:

Ara

Architrave

Base

Blocco

Bottega marmoraria

Castrum Caetani

Cinerario

Cippo

Colombario

Forte Appio

Heredem Sequetur

Inumazione ed incinerazione

Iscrizioni funerarie metriche

Lastra

Mensa Sepulcralis

Sarcofago

Stele

Testamento sepolcrale

Titulus pedaturae

Il testamento di un romano, data la rilevanza che presso gli antichi assumeva il culto dei morti, la cura ed il rispetto del sepolcro, comprendeva spesso disposizioni testamentarie relative alla sepoltura. Esse non di rado venivano anche parzialmente incise sulle epigrafi funerarie poste presso i sepolcri per renderle note a chi vi si recava.

Varie e diverse sono le indicazioni testamentarie, che si leggono nelle epigrafi: si trovano spessissimo le precisazioni delle esatte dimensioni dell’area sepolcrale (vedi le schede di Lucius Gresius Rufus, Marcus Papinius Zibax, Lucius Popeius Babba e l'approfondimento sui tituli pedaturae) per documentare agli estranei non solo diritto di proprietà su un intero terreno o una sua parte, a garanzia di contestazioni o violazioni, ma anche l’estensione territoriale su cui si esercitava lo ius sepulcri del defunto. S’intendeva definire in sostanza quale parte di un’area privata dovesse essere utilizzata a scopo sepolcrale e quindi res religiosa, inalienabile ed inviolabile, e quale locus purus destinabile a compravendita.

Le disposizioni del testatore potevano inoltre riguardare la possibilità di consentire o vietare a consanguinei, affini o estranei la sepoltura all’interno delle tombe di famiglia o ereditarie (vedi l'approfondimento heredem sequetur) oppure proibire la vendita e l’alienazione non solo dell’edificio funerario, ma anche di tutta l’area ad esso circostante compresi giardini, vigneti, portici, ecc.

Molto diffusa era anche la consuetudine di designare in un testamento heredes o arbitres, scelti tra familiari o amici, quali responsabili ad esempio dell’edificazione, del completamento e mantenimento del sepolcro nonché del funerale e delle celebrazioni annuali dei banchetti funebri, secondo le disposizioni accluse nel testamento.

Numerosi erano però i casi d’incuria come quello citato da Plinio il Giovane (epistula 6,2), scrittore vissuto nel II secolo dopo Cristo, che  ricorda come un negligente erede del console Virginio Rufo, a dieci anni dalla sua morte, non ne avesse completato ancora la modesta tomba.

A dimostrazione che le volontà del defunto erano state rispettate, si faceva incidere copia del testamento oppure se ne faceva riferimento nell’epitaffio con la locuzione ex testamento (vedi la scheda di Lucius Arellius Diophantus).

Dalle dichiarazioni di ultime volontà si deducono molte informazioni circa le condizioni economiche e sociali dei proprietari delle tombe e nondimeno anche alcune bizzarrie, che contribuiscono a delineare un realistico quadro del rapporto dei romani con la morte.