Parole di pietra
La vita dell'antica Roma raccontata dalle epigrafi della via Appia

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Archeologia. Castrum Caetani

Indice degli argomenti:

Ara

Architrave

Base

Blocco

Bottega marmoraria

Castrum Caetani

Cinerario

Cippo

Colombario

Forte Appio

Heredem Sequetur

Inumazione ed incinerazione

Iscrizioni funerarie metriche

Lastra

Mensa Sepulcralis

Sarcofago

Stele

Testamento sepolcrale

Titulus pedaturae


Benedetto Caetani fu prima cardinale e poi papa, con il nome di Bonifacio VIII, dal 1294 al 1303. La sua ascesa nelle alte sfere ecclesiastiche determinò anche la crescita della potenza della famiglia Caetani.


 

La famiglia Caetani fu una delle più importanti e potenti nobili casate della Roma medievale: signori di Ninfa, duchi di Sermoneta, Conti di Fondi, nel corso dei secoli ottennero titoli ed onorificenze di grandissimo rilievo. Mantennero forti legami con la Santa Sede anche dopo la morte di Papa Bonifacio VIII, e fu un Caetani a suscitare lo scisma dal papato di Avignone, che portò all’elezione di papa Clemente VII. Al tempo dell’elezione di Bonifacio VIII, i Caetani acquistarono dai Pierleoni la casa che per circa tre secoli sarà la residenza romana della famiglia per eccellenza: di tale dimora, è possibile vedere ancora oggi la Torre Caetani, sita nell’Isola Tiberina. In seguito, nel 1776, i Mattei vendettero ai discendenti di Bonifacio VIII il famoso Palazzo in via delle Botteghe Oscure, che assunse il nome dei Caetani ed in cui oggi ha sede la Fondazione Caetani.

Per quanto riguarda invece le vicende dei Caetani vissuti al tempo di papa Bonifacio VIII, dal 1283 al 1303 essi acquistarono numerosi terreni a sud di Roma, compreso quello in cui sorge il Mausoleo di Cecilia Metella. Tale terreno era noto come Capo di Bove, un chiaro riferimento ai teschi di bue scolpiti sul fregio della grande tomba romana. Il cardinale Francesco Caetani acquistò da diversi proprietari le terre della località Capo di Bove, e nel 1303 si concluse la costruzione del Castrum. Questa fortificazione, edificata a cavallo della via Appia, comprendeva stalle, abitazioni e magazzini in legno: di questo complesso, si possono vedere ancora oggi tratti del muro di cinta, la chiesa di San Nicola, il palazzo e la tomba di Cecilia Metella, trasformato dai Caetani in torrione difensivo.


 



Sezione del mausoleo con la cella e i due corridoi di accesso a essa
 

Le murature attribuibili al XIII - XIV secolo, e cioè al periodo in cui la tomba di Cecilia Metella fu trasformata in Castrum, sono riconoscibili in quanto sono state messe in opera usando una tecnica diversa da quella impiegata dai costruttori di epoca romana. Le maestranze medievali, infatti, utilizzarono la cosiddetta “opera saracinesca”. Infatti, i muri del Castrum sono costituiti da blocchetti lapidei squadrati: questi piccoli blocchi si reperivano sia da cave attive che da antichi edifici caduti in rovina.

La zona infatti era particolarmente favorevole alla costruzione di un piccolo castello per vari motivi: il reperimento dei materiali da costruzione non era difficoltoso data la possibilità di spoliare monumenti antichi e la vicinanza di cave a cielo aperto o in galleria, come quelle del peperino di Albano. Anzi, è proprio questo il materiale che fu adottato per la costruzione del palazzo signorile e della chiesa di S. Nicola. Inoltre, molto utile si rivelò la presenza della tomba di Cecilia Metella, alla quale il palazzo dei Caetani fu addossato: la tomba romana ne costituì il torrione di difesa, ed anzi fu il punto più solido del muro di cinta del castello dei Caetani.

Il palazzo era costruito su tre livelli: piano terra, primo e secondo piano. Il piano in cui risiedevano i signori era il primo, come dimostrano i resti dei camini e delle bifore decorate con stile e materiali raffinati, che ben si distinguono dal resto delle scarne murature del resto del castello. Il secondo piano non è stato ancora studiato accuratamente, perciò la sua caratterizzazione interna non è adeguatamente conosciuta.


 

L’ingresso originario del palazzo del Castrum era costituito da una porta ad arco, chiusa nel corso dei restauri ottocenteschi, sita accanto all’entrata odierna. Al di sopra della porta del XIV secolo è ancora possibile osservare una lastra marmorea con inciso lo stemma della famiglia Caetani. Dal cortile del palazzo (dove oggi si trova la biglietteria), si accedeva a quattro ambienti: il torrione-tomba, una stanza probabilmente adibita a cucina all’aperto contenente un pozzo ora interrato, ed altre due stanze, la più grande avente forse la funzione di sala di rappresentanza.

Per accedere ai piani superiori del palazzo, era stata approntata una scala lignea, di cui oggi rimangono solamente un pilastrino di sostegno in muratura ed alcuni fori nelle pareti usati come alloggiamento delle travi della scala. Dalla cima di questa scala si potevano raggiungere sia le altre stanze del palazzo che i ballatoi lignei che consentivano alle guardie di raggiungere i camminamenti attorno ed in cima alla tomba romana.

Dal palazzo, tramite scale lignee rimovibili ed una botola, si poteva accedere alla torretta angolare opposta alla tomba di Cecilia Metella. Ancora oggi, al primo piano della torre, è visibile la seduta di una latrina, dotata di un canale di scolo collegato ad una fossa biologica sotterranea. Nella torre è stata allestita una piccola esposizione del materiale romano e medievale rinvenuto nei recenti scavi compiuti all’interno del complesso monumentale.

All’interno del Castrum si può vedere ancora oggi, sull’altro lato della via Appia,  la chiesa di San Nicola, ricca di elementi architettonici appartenenti allo stile cistercense come i contrafforti, le finestre archiacute e l’oculo perfettamente centrale sopra l’ingresso tamponato. La chiesa aveva diritti parrocchiali (iura parrochialia), quindi non era riservata ai soli Caetani, ma copriva i bisogni di tutta la popolazione alle dipendenze della nobile famiglia.

Il muro di cinta del Castrum fu costruito per proteggere non solo il palazzo signorile e la chiesa di San Nicola, ma anche tutti i dipendenti dei Caetani. Il materiale usato per le fortificazioni proviene da una cava di selce e da almeno due monumenti funerari adiacenti al mausoleo di Cecilia Metella, distrutti appositamente per ricavarne pietra da costruzione. Lungo le mura del Castrum c’erano numerose torri scudate, cioè aperte sul lato interno, e due posterulae sui lati lunghi. I merli sono bipartiti a coda di rondine. Sul torrione di Capo di Bove sono ancora visibili due piombatoie, postazioni da cui era possibile lanciare pietre o liquidi bollenti contro i nemici.

La politica patrimoniale di Bonifacio VIII fu scandalosa, ma morì col pontefice, nel 1303. Il Castrum passò attraverso le mani di diversi signori, e la famiglia Caetani, in seguito al trasferimento della sede papale ad Avignone, perse la maggior parte dei suoi possedimenti nel Lazio, un destino che condivise con molte altre famiglie nobili: i possedimenti di Capo di Bove furono nuovamente smembrati in varie proprietà, ed alla fine il Castrum venne abbandonato.

Nel corso dei secoli, i due monumenti, il mausoleo ed il castello ad esso addossato, subirono molti passaggi di mano, abbandoni e reiterati tentativi di distruzione, allo scopo di reimpiegarne il materiale da costruzione: se, all’inizio della loro vicenda, fu il Castrum a consentire la sopravvivenza del mausoleo, dal Rinascimento in poi, e soprattutto durante il Romanticismo, fu la tomba romana, con il suo fascino, a garantire la sopravvivenza del Castrum. In questa fortuita conservazione, se pesarono non poco gli scritti di poeti come Byron e Goethe, determinante fu l’azione ed il consiglio del Canova e del Canina: grazie al loro pensiero illuminato, possiamo godere, ancora oggi  di un complesso monumentale la cui storia millenaria è legata indissolubilmente a quella della città.