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Parole di pietra La vita dell'antica Roma raccontata dalle epigrafi della via Appia |
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Itinerario virtuale
tra le epigrafi. Elenco delle epigrafi |
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Modalità di fruizione:
Guida alla lettura Secondo Miglio
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P. Cornelius Antiochus Titolo Cippo appartenente al monumento sepolcrale di Publio Cornelio Antioco Definizione Cippo centinato in peperino con iscrizione funeraria. La superficie è lavorata a scalpello e presenta leggere scheggiature lungo il lato sinistro. Fu rinvenuto durante gli scavi per la costruzione del Forte Appio. Attualmente si conserva presso l’Antiquario del Mausoleo di Cecilia Metella (Castrum Caetani). Misure Altezza cm 81; larghezza cm 37, spessore cm 25 Iscrizione P.
Corneli{us} Traduzione Di Publio Cornelio Antiocho, liberto di Publio, turario. (L’area sepolcrale misura) in larghezza 11 piedi,in profondità 10 piedi. Commento L’iscrizione presenta un testo molto semplice, infatti oltre il nome del defunto ed il mestiere svolto sono riportate le misure dell’area sepolcrale. E’ necessario ricordare che fu rinvenuto un cippo gemello, con lo stesso testo, che doveva quindi essere affiancato al nostro, ma purtroppo risulta perduto già dal 1981. Malgrado l’esiguità dell’iscrizione questo reperto ci fornisce interessanti spunti di riflessione su che mestiere svolgesse un turarius e dove lo esercitasse. I thurarii erano i commercianti di incenso, merce che nell’antichità era di lusso e molto costosa, proveniente soprattutto dall’Arabia. Sappiamo da Plinio il Giovane (scrittore romano del II secolo d.C.) che la via carovaniera dell’incenso partiva da Timna (nello Yemen) e che le carovane attraverso il deserto, in 65 tappe di cammello (ben 2.437.500 passi), giungevano a Gaza (porto della Giudea sul Mediterraneo) dove il preziosissimo incenso veniva imbarcato per le varie destinazioni. Gli autori antichi ci forniscono notizie su questa terra, Erodoto (storico greco del V secolo a.C.) afferma che: ”l’Arabia intera emana un profumo di divina dolcezza” ed ancora Plinio ricorda che “per celebrare le cerimonie dell’impero servivano enormi quantità di aromi e Roma, per farle giungere dall’Arabia (e dall’India) dilapidava 100 milioni di sesterzi ogni anno”. Oltre all’incenso, il profumo più noto per gli antichi era la mirra. Per essi, la mirra aveva una natura prodigiosa, tanto che sulla sua origine avevano creato un mito. L’uso delle essenze profumate era molto vario, da quello ufficiale secondo cui venivano bruciate durante i sacrifici per gli dei e durante i funerali (ed a questo proposito ci sono stati tramandati dei curiosi aneddoti su Alessandro Magno e su Nerone) a quello più comune per realizzare unguenti, polveri profumate, cosmetici, droghe, medicamenti o anestetici, ma anche filtri amorosi ed afrodisiaci. Dobbiamo aggiungere che sempre lungo la via Appia, sono presenti altre iscrizioni menzionanti altri personaggi che svolgevano il mestiere di turarius: la famiglia dei Trebonii, che possedeva sull’Appia un sepolcro al V miglio ed i familiari di Fenia Procula, anch’essi tutti turarii, a noi noti per via del sepolcro eretto da Fenia Procula lungo la via di Appio Claudio presso l’odierno distacco della via Nettunense. Per l’età imperiale è documentata l’esistenza di un collegio dei commercianti di incenso e dei profumieri (cioè una sorta di congregazione che riuniva coloro che confezionavano e vendevano profumi, altro prodotto di lusso a Roma). Durante l’età più antica a Roma, si cercò di limitare l’importazione di prodotti di lusso come aromi e cosmetici tanto che nel 170 a.C. fu varata una vera e propria legge anti-profumo, ma ciò suscitò notevoli disordini. Quando il clima tornò più liberale, un intero quartiere di Roma fu riservato ai venditori di aromi, dove, in breve tempo, si trasferirono diversi myropolae (maestri profumieri) etruschi. All’inizio dell’età imperiale il vicus Tuscus, che giungeva al Foro da meridione, si era riempito di profumerie e spezierie tanto che più avanti, nel corso dell’età imperiale, esso sarà conosciuto anche come vicus Thurarius. Tornando al nostro personaggio possiamo ancora dire che Publio Cornelio Antiocho era un liberto, cioè uno schiavo affrancato dal suo padrone, con un cognomen greco molto comune a Roma che suggerisce l’origine del personaggio. Il cippo, secondo un uso molto diffuso, oltre alle informazioni sul defunto, segnala, anche al fine di evitare abusivismi ed empietà nei confronti del sepolcro, le misure dell’area del monumentum funerario, in questo caso piuttosto modeste (11 x 10 piedi cioè circa 9 metri quadrati). CIL, VI 9930 a Inventario della Soprintendenza Archeologica di Roma 262410 |