Ministero per i Beni e le attività culturali, Soprintendenza Archeologica di Roma
  Parole di pietra
La vita dell'antica Roma raccontata dalle epigrafi della via Appia

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Itinerario virtuale tra le epigrafi.
Elenco delle epigrafi

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Elenco delle Epigrafi
 

Secondo Miglio

Aphrodisius

Alexander


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Tyrannus e Isochrysus


Heracla

Zeuxis


Terzo Miglio


Hector

Cecilia Metella

Quintus Granius Labeo

Titus Crustidius Briso


Quarto Miglio


Publius Cornelius Antiochus

Barbarianos

Flora

Lucius Gresius Rufus

Lucius Licinius Philero

Marcus Papinius Zibax

Pampilus

Lucius Popeius Babba

Marcus Servilius Quartus


Quinto Miglio


Pompeia Eleutheris

Sextus Avonius Faustus

Gaios Pleinios Eutychos

Tiberius Claudius Secundinus

Tiberius Claudius Secundus

Flavia Irene

Caius Rabirius Hermodorus

Paris

Lucius Valerius Giddo

Publius Cacurius Philocles

Lucius Valerius Baricha

Titus Fidiclanius Apella

Chrestus

Lucius Arellius Diophantus


Sesto Miglio

Aurelia Macarianes

Supsifana Nice

Publius Sergius Demetrius

Crispina

Cotta


Settimo Miglio

Caius Ateilius Euhodus


Ottavo Miglio

Caius Vaberius Syneros

Aelia Primigenia

Marcus Pompeius Maius

Caius Rabirius Hermodorus

Titolo

Blocco appartenente al monumento sepolcrale dei Rabiri

Definizione

Blocco marmoreo con iscrizione funeraria e i ritratti dei defunti. Rinvenuto sul lato destro della via Appia, fu murato, nella ricostruzione fatta dal Canina del sepolcro dei Rabirii, insieme ad altri frammenti superstiti della decorazione architettonica. Trasportato nel 1972 nel Museo Nazionale Romano, è attualmente conservato nell’aula III del Chiostro di Michelangelo, nelle Terme di Diocleziano. Presso il sepolcro è stato collocato un calco.

Misure

Altezza cm 88 ; larghezza cm 183; spessore cm 34.

Iscrizione

C(aius) Rabirius, Post(umi) l(ibertus),
Hermodorus;

Rabiria
Demaris;

Usia Prima, sac(erdos)
Isidis.

Traduzione

Gaio Rabirio Ermodoro, liberto di Postumo; Rabiria Demaris; Usia Prima, sacerdotessa di Iside.

Commento

Questo tipo di rilievo, che veniva inserito esternamente sulla fronte del sepolcro per ricordare i defunti tramite il ritratto e in alcuni casi con il supporto dell’iscrizione, era una produzione funeraria in voga tra la fine della repubblica ed i primissimi anni dell’impero. Qui i tre ritratti, a mezzo busto, scolpiti entro una nicchia piuttosto profonda, consentono anche di percorrere idealmente l’arco temporale e stilistico in cui questo tipo di monumento si colloca, e forniscono, per la conoscenza delle dinamiche della società antica, interessanti spunti che l’iscrizione conferma e definisce.

Già guardando il rilievo si percepisce che i due personaggi sulla sinistra, un uomo ed una donna, i titolari del sepolcro, mostrano una omogeneità nella raffigurazione: rappresentati secondo la maniera tardo-repubblicana, che tende ad uniformare le caratteristiche fisionomiche e l’atteggiamento nella direzione di una maggiore autorevolezza e rigore, entrambi volgono la testa leggermente verso sinistra, lui ha il volto con gli zigomi alti e sporgenti, la fronte solcata da rughe, le labbra serrate; la donna reca una pettinatura austera, con i capelli divisi da una scriminatura centrale in due bande strettamente attorcigliate, che partono dal nuca e si serrano anteriormente in un nodo, che costituisce una variante dell’acconciatura con trecce a cerchio, tipica dell’età repubblicana.

Sulla destra invece, si nota che il busto del terzo personaggio, una donna con la testa leggermente volta verso destra, presenta segni di disomogeneità compositive e stilistiche rispetto agli altri due. Esso, inoltre, è stato ricavato dalla rilavorazione di un busto maschile di togato, predisposto nella bottega del lapicida, forse per eventuali successivi defunti. Anche il piano di fondo del ritratto è stato notevolmente ribassato per ottenere le raffigurazioni del sistro (strumento musicale a scuotimento) e della patera, (il piatto dove venivano versati i liquidi profusi nei rituali), simboli del culto di Iside riferibili al sacerdozio della defunta, che è chiaramente espresso nell’iscrizione. Il modellato più morbido, l’uso del trapano nella realizzazione della capigliatura, e la stessa acconciatura inseriscono questo ritratto in età claudia, cioè intorno alla prima metà del secolo I d.C.

Esaminando l’iscrizione, si legge che i defunti originari sono il liberto C. Rabirio Ermodoro e Rabiria Demaris. Anche quest’ultima, che non dichiara la sua condizione, è probabilmente una liberta, come fa sospettare il nome greco Demaris, forse compagna di schiavitù (poi liberata) e di vita del personaggio maschile. In questa iscrizione il patronus di Ermodoro è verosimilmente un personaggio noto, identificato dagli studiosi con il cavaliere di età cesariana C. Curzio Postumo. Costui nasce nella gens Curzia, ma, a seguito di adozione testamentaria da parte di uno zio materno, nel 54 a.C. assunse il gentilizio (elemento onomastico che corrisponde al nostro cognome) Rabirio. In tal caso il nostro liberto Ermodoro, ha preso questo gentilizio e pertanto è stato affrancato dopo il 54 a.C.. La conoscenza del personaggio consente di ricostruire alcuni aspetti della sua vita e di chiarire questa iscrizione: infatti sappiamo da Cicerone, il noto avvocato e oratore romano che visse nel I secolo a.C., e che scrisse in difesa di C. Rabirio Postumo la “Pro Rabirio”, orazione che da lui prende nome, che egli soggiornò a lungo ad Alessandria d’Egitto. Con ogni probabilità dall’Egitto, culla del culto di Iside, da cui si è diffuso nel territorio italico e poi a Roma attraverso i mercanti della Penisola che vi entravano in contatto durante i loro commerci con il mondo greco orientale, Gaio Rabirio Postumo condusse con sé a Roma in schiavitù dei seguaci della dea, quali dovettero essere Hermodorus e Demaris, come suggerirebbe la presenza, nel loro sepolcro, di Usia Prima, che di Iside è sacerdotessa. Infatti, per la donna, morta successivamente alla predisposizione della sepoltura, come suggerito inequivocabilmente dal ritratto e dai caratteri dell’iscrizione, ambedue aggiunti in un secondo momento riadattando il rilievo, si può ipotizzare con loro o con i loro eredi che ne hanno consentito la sepoltura nello stesso sepolcro, un rapporto nato nell’ambito del culto di Iside, diffuso soprattutto tra schiavi e liberti e negli strati più umili della popolazione romana.

L’iscrizione dei Rabiri è quindi databile nella seconda metà del I secolo a.C., quella di Usia Prima intorno alla metà del I secolo d.C.

CIL, VI, 2246

Inventario della Soprintendenza archeologica di Roma: 196633

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