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Parole di pietra La vita dell'antica Roma raccontata dalle epigrafi della via Appia |
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Itinerario virtuale
tra le epigrafi. Elenco delle epigrafi |
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Modalità di fruizione:
Guida alla lettura Secondo Miglio
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Paris Titolo Ara funeraria di Paride
Definizione
Ara
marmorea parallelepipeda iscritta su entrambe le facce, sormontata da un
timpano decorato da una corona con bende entro due pulvini laterali;
coronamento, tronco e base sono lavorati nello stesso blocco.
Urceus e
patera sui fianchi
rispettivamente destro e sinistro; il coronamento e la base sono modanati. Un profondo solco
verticale, dovuto a reimpiego, attraversa l’intera ara e rende lacunoso il
testo iscritto. Il retro, lavorato a
gradina, presenta
un’iscrizione incisa riquadrata entro un campo epigrafico ribassato. Rinvenuta lungo la
via Appia, nei pressi del cosiddetto sepolcro tetrapilo ad arco, prima del
quadrivio formato con le via Erode Attico e di Tor Carbone, si conserva
attualmente presso l’Antiquarium del
Mausoleo di Cecilia Metella.
Misure Altezza cm 73,5; larghezza cm 32; spessore cm 24,5. Iscrizione A D(is ) M(anibus). Iscrizione B Vocurtum, Traduzione testo A Agli Dei Mani. A Paride, schiavo di Valeria Polla, vissuto 16 anni, qui sepolto. Hilaro, dispensator di Valeria Polla, pose all’ottimo ed irreprensibile fratello, che ben meritò particolarmente nei suoi riguardi. Traduzione testo B Attento nano, ti raccomando Stazio Vittore. Commento L’iscrizione anteriore, che si apre con l’invocazione agli dei Mani, divinità infere, a ricordare che la tomba è res religiosa, è dedicata al giovane Paride, morto all’età di sedici anni, dal fratello Hilaro, entrambi schiavi della medesima padrona Valeria Polla. Il dedicante, nell’ambito della famiglia della padrona, svolgeva la funzione di dispensator cioè amministratore di cassa, incaricato delle spese e della distribuzione del materiale, mansione talora svolta al servizio di privati benestanti, come in questo caso oppure di imperatori, della famiglia imperiale o anche nei diversi rami dell’amministrazione di Stato. Paride è definito con epiteti elogiativi quali carissimus e sanctissimus espressivi dell’affetto del fratello Hilaro, ai quali si accompagna anche la locuzione de se bene merens, indicante la persona nei riguardi della quale il defunto appare meritorio, ampiamente diffusa in età imperiale. Valeria Polla, padrona dei due, è un’omonima della moglie di Giunio Bruto, uno degli uccisori di Cesare, con la quale però non è identificabile per la cronologia dell’ara, poiché sia la formula abbreviata D(is) M(anibus) sia i caratteri grafici, escludono l’età cesariana e suggeriscono una datazione inquadrabile nella prima metà del II secolo d.C. La nostra Valeria Polla era comunque una donna di un certo rilievo, proprietaria di figline, ossia officine che producevano mattoni e tegole di argilla. La cava e le fornaci erano site in un fondo rustico, il fundus Furianum, come apprendiamo dal bollo stampigliato su un mattone di età adrianea, che reca impresso il nome dell’officinatore, colui che coordinava le attività di produzione, il nome delle figline cioè il luogo dove esse si svolgevano ed il nome della proprietaria. Questa donna, forse la stessa citata, in maniera analoga, in altre due iscrizioni funerarie come domina di schiavi impegnati nell’amministrazione probabilmente del fondo rustico di sua proprietà, aveva intrapreso una carriera nel campo dell’imprenditoria, diventando una manager del mattone prodotto su larga scala. Al suo servizio operavano l’officinator, appaltatore del lavoro e conduttore dell’andamento dell’officina, al quale spettava il compito di reperire la manodopera necessaria reclutata soprattutto fra schiavi e liberti, nonché i curatori, che si occupavano di manifatture e delle varie fasi legate alla distribuzione del prodotto finito. E’ indubbio che per molte famiglie potenti la terra rappresentasse un bene appetibile per i proventi derivati dal commercio dei prodotti agricoli sia per i lauti guadagni che le cave d’argilla garantivano. Non meraviglia quindi che anche Valeria Polla, appartenente alle alte sfere della società, abbia investito nel mercato dell’industria del laterizio. Si può notare che questa ara fu rinvenuta a non grande distanza da altri reperti con iscrizioni sepolcrali dedicati a liberti della gens Valeria (vedi la scheda di Lucius Valerius Giddo), elemento che può far supporre la loro appartenenza ad una medesima area sepolcrale. Il significato dell’iscrizione B, incisa sul retro dell’ara, è controverso e non sembrerebbe legato al testo funerario inciso sulla faccia principale. Si apre infatti con il termine vocurtum per il quale non esistono altri confronti: si potrebbe avanzare l’ipotesi che si tratti di una forma corrotta per vae curtum, sorta d’ insulto o imprecazione per suscitare l’ira degli Dei Mani affinché maledicano Stazio Vittore. Sarebbe allora una maledizione contro un personaggio altrimenti ignoto, probabilmente aggiunta sull’ara in un secondo momento, la cui datazione non si può fissare per certo. CIL VI, 9349 Inventario della Soprintendenza Archeologica di Roma: 262462. |