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Parole di pietra La vita dell'antica Roma raccontata dalle epigrafi della via Appia |
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Itinerario virtuale
tra le epigrafi. Elenco delle epigrafi |
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Guida alla lettura Secondo Miglio
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Pompeia Eleutheris Titolo Lastra frammentaria appartenente al monumento sepolcrale dei figli di Sesto Pompeo Giusto. Definizione Lastra marmorea con iscrizione funeraria metrica conservata sul lato sinistro della via Appia, nei pressi del luogo di rinvenimento. Si presenta parzialmente ricomposta da 35 frammenti, murata su di una quinta laterizia voluta dal Canina di fronte alla camera funeraria ipogea del sepolcro dei figli di Sesto Pompeo Giusto. Misure Non rilevabili Iscrizione Hic soror et frater viv[i sunt plag]a par[e]ntis, aetate in prima saev[a rapin]a [tuli]t. Pompeia his tumulis co[gnomi]ne El[euthe]ris haeret et puer, inmites que[m rapuere] dei. Sex(tus)Pompeius Sexti, praec[l]a[ro nomine I]ustus, quem tenuit magn[o noster amore sin]us. Infelix genitor gemina [sic morte coa]ctus a natis spe‹n›rans qui ded[it ipse rog]os, amissum auxilium functae post [gaudi]a natae, funditus ut traherent invida [fata [l]arem. Quanta iacet probitas, pietas quam vera [sep]ulta est, mente senes aevo sed periere [brev]i. Quis non flere meos casus possitq(ue) dolore ? [qui d]urare queam bis datus ecce rogis? S[i su]nt [di] Manes, iam nati numen habetis; [P]er vos cu[r] voti non venit ho[ra] mei?
Traduzione Giacciono qui sorella e fratello che continuano a vivere, disgrazia del padre, un crudele destino li rapì nella prima giovinezza. Pompea, di cognome Eleutheris, si unisce alla tomba ed anche il fanciullo, che gli spietati Dei strapparono alla vita. Sesto Pompeo, figlio di Sesto, dall’illustre soprannome Giusto, che il nostro animo tenne in considerazione con grande amore. Infelice genitore affranto per tale duplice scomparsa, il quale diede sepoltura ai figli, dai quali, invece si sarebbe aspettato di riceverla cosicché il fato invidioso, dalle radici trasformi in Lari la perduta risorsa (il figlio) e, dopo, la gioia della figlia, poi morta. Quanta rettitudine giace qui, quanto sentito amore è sepolto, maturi nello spirito, ma perirono precocemente. Chi non potrebbe piangere le mie disgrazie e non se ne dorrebbe? In quale modo potrei continuare a vivere dal momento che ho dovuto accendere qui per due volte le pire funebri ? Se esistono gli dei Mani, voi appena nati avete già un’autorità divina; Perché tramite il vostro intervento non giunge l’ora della mia morte? Commento Del monumento funerario cui questa iscrizione era pertinente, oggi non rimane che un piccolo ambiente ipogeo a volta del quale il Canina, che si occupò degli scavi, scrisse che era stato pressoché “distrutto al paro del suolo”. Ciò che rimase dei pezzi architettonici e della lastra iscritta, ridotta in numerosi frammenti e lacunosa in più punti perché alcuni pezzi furono trafugati, vennero murati dal Canova su una parete laterizia nei pressi del sepolcro. Attualmente, quindi, il testo si presenta di difficile lettura, anche se ne comprende il significato. Le integrazioni proposte in parentesi quadre, sono il risultato dell’interpretazione del Bücheler, lo studioso di metrica latina che lo ha pubblicato nel 1895, ad eccezione della riga 6, in cui l’ampiezza della lacuna ha consigliato l’integrazione proposta qualche decennio prima nel CIL VI, che lo tratta al n.24520, e della riga 13, dove si è mantenuto il termine “dolore” che si legge sulla pietra, il quale è però un errore di scrittura da correggere in “dolere”. L’iscrizione si snoda in forma di carme metrico in otto distici elegiaci in cui si articola il tormentato dolore di un padre, Sesto Pompeo Giusto, che piange la prematura morte dei due figli e che esprime la disperata speranza della propria rapida dipartita poiché, l’esistenza terrena, in queste condizioni, non è più sopportabile. In questi versi, oltre ad uno schema contenutistico abbastanza noto per la presenza del tema dello struggimento umano dinanzi all’ineluttabilità della morte, risuonano echi letterari. Ad esempio si scorgono reminiscenze del famoso poeta Ovidio (I secolo d.C.) nel verso “per vos …..hora mei” così come nel “non flere casus meos” si ravvisa uno spunto negli scritti del poeta Ennio (I secolo d. C.). L’attenzione alla letteratura colta, seppur rielaborata nella produzione epigrafica, è un fenomeno che ricorre nel mondo romano. E’ legata al gusto del committente per un “prodotto” di una certa grazia compositiva, cui lo scalpellino veniva incontro ricorrendo anche ad appositi repertori di formule e modelli. Quanto ai personaggi che l’iscrizione ricorda, i nomi del dedicante e della figlia, incompleti nel testo, sono stati integrati in quanto presenti su altre due epigrafi, che rivelano anche l’identità del figlio maschio, che nel titolo funebre è completamente omesso. Si tratta di due are rinvenute lungo il III miglio della via Appia, presso la schola Silvani, luogo di culto legato al collegio del dio Silvano, una dedicata dal padre, che si ricava essere cittadino romano, appartenente alla tribù Quirina, l’altra posta dai figli Pompeia Eleutheris, figlia di Sextus e Sex. Pompeius Iustus, figlio anche lui di Sextus e, come il padre, afferente alla suddetta tribù. Sembrerebbe del tutto infondata l’identificazione del Sesto Pompeo menzionato nel monumento funerario dell’Appia sia con il figlio del celebre Pompeo sia con il console in carica nel 14 d.C, trattandosi, piuttosto, di un omonimo vissuto, come lascerebbero intendere caratteristiche dell’iscrizione, nel I secolo d.C.
CIL, VI 24520 Inventario della Soprintendenza Archeologica di Roma 402569 |