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Parole di pietra La vita dell'antica Roma raccontata dalle epigrafi della via Appia |
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Itinerario virtuale
tra le epigrafi. Elenco delle epigrafi |
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Modalità di fruizione:
Guida alla lettura Secondo Miglio
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Publius Sergius Demetrius Titolo Blocco appartenente al monumento sepolcrale di Publio Sergio Demetrio Definizione Blocco marmoreo parallelepipedo con iscrizione funeraria. Ricomposto da tre frammenti, reca scheggiature e lacune lungo i lati destro e sinistro. Il campo epigrafico era delimitato da una cornice, conservata solo superiormente ed inferiormente, formata da una fascia con kyma lesbio ed astragalo. Attualmente si conserva nei pressi del probabile luogo di rinvenimento. Misure Altezza cm 64; larghezza cm 117; spessore cm 49. Iscrizione
P. Sergius P(ubliorum
duorum) l(ibertus) Traduzione Publio Sergio Demetrio liberto di due Publii, vinarius del Velabro, la moglie Sergia Rufa, liberta di due Publii e Publio Sergio Basso, liberto di Publio e di una donna. In base all’arbitrato della moglie Rufa. Commento Iscrizione funeraria del liberto Publio Sergio Demetrio posta dalla moglie, sua colliberta e da un altro liberto Publio Sergio Basso, che presenta praenomen e gentilizio del defunto, ma una formula di patronato con la quale indica che egli era stato schiavo di due padroni, un uomo ed una donna. Anche questa iscrizione sepolcrale ci ricorda il mestiere svolto dal defunto, che era quello di vinarius, venditore di vino, ci riferisce inoltre che svolgeva il suo commercio nella zona del Velabro. La formula che chiude l’iscrizione ci informa che la moglie Sergia Rufa, aveva curato le volontà testamentarie del marito defunto secondo la comune prassi dell’arbitratu. Il tipo di supporto iscritto ci fa supporre che il blocco fosse inserito nella facciata di un sepolcro la cui tipologia non è tuttavia esattamente riconoscibile. Sappiamo dal naturalista Plinio il Vecchio (che scrive nel I secolo d.C.) che Roma (come Ostia e le principali città romane del mondo antico) disponeva di un porto per il vino, portus vinarius e di un mercato per il vino, forum vinarium. La bottega del nostro venditore era situata nel Velabrum, (attuale zona tra il Tevere, Piazza Bocca della Verità e via del Velabro, alle spalle del Palatino) quartiere di Roma vivacissimo, in prossimità del Tevere, dedito alle attività commerciali e assai frequentato dall’età repubblicana fino alla tarda età imperiale. L’area conservò la sua funzione commerciale anche dopo, fino al pieno VI secolo d.C. Per quanto riguarda il vino nell’antichità ci risulta che i romani conoscevano sia quello rosso, che chiamavano però nero (vinum atrum) sia quello bianco (candidum). Le qualità ricorrenti erano il semisecco (austerum) ed il medio (mesum), non sembra invece che conoscessero il vino secco. I vini erano pesanti, acidi o amari e diventavano sciropposi e rancidi invecchiando; la gradazione alcolica piuttosto forte (da 16 a 18 gradi) era ridotta a 5-6 gradi dalla mescolanza con l’acqua. In particolare attrae la nostra attenzione il trattamento con l’acqua del mare, che consentiva la stabilizzazione del vino così che non soffrisse durante il trasporto; ma sembra che se all’inizio tutti i vini, anche quelli più importanti, fossero trattati in questo modo, secondo l’uso greco, più tardi tale trattamento fu riservato solo ai vini di qualità mediocre ed i vini bianchi, meno stabili. Anche gli scrittori ci testimoniano tale lavorazione, l’agronomo latino Columella (che scrive in età Augustea, a cavallo tra il I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C.) raccomandava in ogni caso una salatura leggera del vino in tutte le regioni e lo storico greco Ateneo (vissuto intorno alla fine del II secolo d.C.) diceva che il vino trattato con acqua di mare non ubriacava; alcuni medici greci erano convinti che l’acqua di mare rendesse il vino più dolce, evitasse il mal di testa del giorno dopo e che, grazie ad essa, i vini funzionassero da lassativi, stimolassero i succhi gastrici ed aiutassero la digestione. Per assicurare una buona conservazione del vino, si aggiungeva talora, al posto dell’acqua di mare, gesso, cretam, calce, pece o infine, come si fa ancor oggi in Grecia, resina. Un altro metodo di conservazione consisteva nell’affumicare il vino. Il vino di Marsiglia, in particolare, era talmente impregnato di fumo, che non poteva essere più liberato dal suo odore e sapore e lo scrittore Marziale diceva che era un veleno caro come i vini italici di buona qualità. Il vino, attinto dalle anfore veniva mescolato all’acqua calda o fredda (o alla neve) in un cratere prima di essere servito a tavola. Queste mescolanze, secondo proporzioni variabili, calcolate dagli intenditori, venivano compiute filtrando il vino, ovvero facendolo passare in un filtro profumato all’olio di mirto o riempito di neve, o di farina, di orzo, o anche di altri prodotti come il sedano, l’anice, le mandorle amare Si facevano sapienti mescolanze per ottenere vini aromatizzati e conditi, spesso serviti con gli antipasti, profumati con assenzio, legni odorosi, oli vegetali, rose e viole (i “rosati” ed i “violacei”), o fortemente speziati con pepe (vinum piperatum), nardo, zafferano e mastica. Il miglior vino da bere all’inizio della cena era il mulsum, un vino mielato che richiedeva una lunga e costosa lavorazione, tanto che non era alla portata di tutti. Infine bisogna aggiungere i vini di frutta ricavati dalle cotogne, dalle mele, dalle pere, dai datteri, dalla melagrana, dai fichi e dalle more da cui i Romani erano riusciti ad ottenere una vasta gamma di vini liquorosi senza conoscere la tecnica della distillazione. CIL, VI 3886 Inventario della Soprintendenza Archeologica di Roma: 402391 |