Ministero per i Beni e le attività culturali, Soprintendenza Archeologica di Roma
  Parole di pietra
La vita dell'antica Roma raccontata dalle epigrafi della via Appia

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Itinerario virtuale tra le epigrafi.
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Elenco delle Epigrafi
 

Nel mondo antico, le epigrafi rappresentano importanti strumenti di comunicazione scritta, cui si ricorreva in moltissime espressioni della vita pubblica e privata, e pertanto esse rappresentano fonti indispensabili per la comprensione della società che le produce.

Si tratta di prodotti culturali estremamente complessi nei quali interagiscono elementi diversi quali il testo, la scrittura usata, il supporto su cui vengono incisi (monumento o oggetto) e l’ambito che li ha determinati; essi, inoltre, sono espressi in forma particolare. Pertanto per il loro studio si è andata formando nel tempo, all’interno della scienza storico-archeologica, una disciplina specifica chiamata EPIGRAFIA.

Alla base dello studio di una epigrafe, che ha come finalità lo studio del mondo di cui essa è espressione, c’è la lettura del testo, l’interpretazione del suo significato letterale e l’inserimento del documento nel suo contesto cronologico e storico.

Per riuscire a comprendere tutte le informazioni che un testo epigrafico può offrire è necessario conoscere non solo l’alfabeto e la lingua in cui esso è scritto, ma anche un insieme di regole, norme e convenzioni, comunemente adottate nel redigere un’iscrizione. Diverse civiltà producono iscrizioni diverse, non solo per caratteri grafici e lingua, ma anche per modelli scrittori.

Riferendoci quindi al mondo romano, cui appartengono le iscrizioni della via Appia, osservando una qualsiasi epigrafe, noteremo delle differenze rispetto al nostro modo di scrivere comunemente; in particolare, i testi incisi sulla pietra, che sono i più numerosi e caratteristici di questa civiltà, non usano il corsivo, non alternano lettere maiuscole e minuscole, servendosi, invece, di lettere maiuscole: questo tipo di scrittura è conosciuta come CAPITALE QUADRATA o LAPIDARIA.

I testi presentano inoltre le parole distanziate tra loro, e non recano segni di interpunzione (punto, punto e virgola, virgole, eccetera). Qualche volta si trovano segni particolari con funzione divisoria ma anche decorativa, tra i più comuni un quadratino, un segno oblungo, un triangoletto o una vera a propria fogliolina, chiamata hedera distinguens.

Inoltre sono sarà difficile notare la presenza di singole lettere o numeri, il cui significato sfugge a prima vista, in quanto questi segni sono usati come sigle ed abbreviazioni, o ancora è frequente incontrare lettere unite tra loro (NESSI o LEGATURE) che presentano uno o più tratti in comune. Il fenomeno dell’abbreviazione delle parole è diffuso nelle iscrizioni per adattare il testo alla materia e soprattutto allo spazio a disposizione per l’incisione (vedi ad esempio la scheda di P. Cornelius Antiochianus).

Non mancano poi casi in cui il testo inciso contiene errori grafici, grammaticali, sintattici, in genere dovuti all’opera del lapicida.

Infine non tutte le iscrizioni giungono fino a noi integre, anzi assai frequentemente si presentano danneggiate e quindi con il testo lacunoso. Lo studioso di epigrafia, detto epigrafista, quando si trova davanti ad un’epigrafe da interpretare, sulla scorta delle sue competenze professionali deve riuscire a comprendere questo complesso sistema scrittorio e cercare di ricostruire, quando sia possibile, la parte di testo andata perduta.

Una volta compreso il testo, al fine di pubblicarlo e spiegarne il significato, lo studioso lo deve trascriverlo, seguendo una serie di norme stabilite da convenzioni in uso nella disciplina epigrafica. Il testo viene trascritto di norma in corsivo, usando caratteri maiuscoli e minuscoli, corredato dalla normale punteggiatura. Inoltre, inserisce nel testo una serie di segni grafici  che non sono presenti nel documento originale, usati per spiegare, ad esempio, le abbreviazioni, gli errori del testo o per4 integrare le parti mancanti, mantenendo l’informazione che quanto trascritto costituisce l’interpretazione del documento. Questi segni grafici convenzionali si chiamano segni diacritici.

Tra i segni diacritici più comuni possiamo ricordare:

  • Le parentesi uncinate { }, usate per eliminare nella trascrizione una parte del testo che lo scalpellino ha scritto per errore, come ad esempio una sillaba raddoppiata.

Talvolta, nelle iscrizioni funerarie, spesso aggiunta al di fuori del riquadro del testo, si trova incisa accanto ad un nome o ad un ritratto la lettera greca q, che sta per thanatos (defunto), oppure una O, che indica obiit (morì) o obitus (defunto); queste lettere segnalano che, al momento dell’erezione del monumento funebre, le persone a cui si riferiscono erano già passate a miglior vita. Al contrario la lettera V, che sta per v(ivus/a), posta accanto ad un nome o ad un ritratto, indica che la persona in questione era ancora viva quando l’iscrizione fu incisa.

Casi particolari di scioglimento sono quelli in cui l’epigrafista, nella trascrizione del prenome, non inserisce nelle parentesi tonde le lettere sottintese nella sigla, bensì la parola rappresentata dal simbolo che leggiamo sul documento originale. Gli esempi più frequenti di questo fenomeno sono costituiti dal simbolo a forma di C rovescia, ottenuto capovolgendo la C del nome Caius: con molta frequenza,questo simbolo indica una donna (gli antichi lo leggevano Caia, e stava ad indicare una identità femminile) e che viene usato nel caso di una domina o patrona. La C rovescia di Caia si trova normalmente insieme alla L di l(ibertus), e il tutto veniva inteso da agli antichi con il significato di mulieris libertus/a, cioè liberto (o liberta) di una donna. Nelle iscrizioni militari la C rovescia viene usata per indicare il termine centuria.

Altre volte, invece, ci si imbatte in lettere tagliate a metà da una linea orizzontale; ad esempio,una X tagliata a metà indica la parola denarius, mentre HS indica il sestertius (vedi la scheda di Supsifana Nice).

Per indicare i numeri si usavano alcune lettere dell’alfabeto latino ed alcuni segni dell’alfabeto greco. I casi più noti sono quelli dei numeri uno, cinque e dieci, indicati rispettivamente con le lettere I, V e X. Per i numeri cinquanta, cento e mille si utilizzavano delle lettere dell’alfabeto greco, ma con l’uso subirono delle modificazioni, fino ad assumere l’aspetto di lettere latine; alla fine del processo, entrò nell’uso comune utilizzare la C per il numero cento, la L per il cinquanta e la M per il mille. Generalmente la formulazione dei numeri seguiva il metodo cumulativo (cioè accostamento di cifre uguali, come nelle schede di L. Gresius Rufus e di L. Popeius Babba), additivo (in cui in una coppia o serie di cifre, se la minore è scritta a destra della maggiore la cifra risultante è la somma delle due, come nelle schede di P. Cornelius Antiochianus, di L. Gresius Rufus, di M. Papinius Zibax, di Paris e di Aurelia Macarianes) e sottrattivi (in cui in una coppia o serie di cifre, se la minore era scritta a sinistra della maggiore, la risultante è la sottrazione della minore alla maggiore, come nella scheda di T. Crustidius Briso).