Ministero per i Beni e le attività culturali, Soprintendenza Archeologica di Roma
  Parole di pietra
La vita dell'antica Roma raccontata dalle epigrafi della via Appia

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Riferimenti Storici.
La tutela storica dell'Appia Antica in età ottocentesca.

Indice degli argomenti:

Classi sociali

Fasi della conquista romana

Monumenti del IV miglio

Onomastica

Struttura militare di Roma antica

Tutela storica

Magistrature di Roma antica

Già Raffaello Sanzio, nel XVI secolo, ebbe a lamentarsi del degrado in cui versava la via Appia, ed il suo non era certo un giudizio avventato: il celeberrimo pittore, infatti, era stato nominato da Leone X conservatore delle antichità, in virtù della sua vasta conoscenza dell’arte e della cultura antica.

Raffaello non sarà né il primo, né tantomeno l’ultimo ad appassionarsi al mondo antico e alle testimonianze materiali ancora reperibili di esso.

Tra il XVIII ed il XIX secolo si assiste ad un “cambio di rotta” nel metodo con cui gli intellettuali di tutta Europa si relazionano con l’antico; si passa infatti dal romantico Grand Tour, caratterizzato dalla visita di luoghi noti già noti e dall’apprezzamento del loro valore estetico, allo scavo vero e proprio, organizzato e documentato con rigore scientifico. Si tratta ovviamente di fenomeni di lunga durata, in cui non mancano anticipazioni e attardamenti delle due opposte tendenze, una “romantica” e l’altra “scientifica”. Ad esempio, già nel 1745, l’archeologo e storico Francesco Maria Pratilli, insigne membro dell’Accademia Ercolanense, scrive nell’incipit della sua opera dedicata alla via Appia: “ Allora che dapprima deliberai di descrivere il corso della Via Appia, e delle altre Consolari del Regno, mi convenne riconoscere di presenza i nobili e lagrimevoli avanzi di un’opera la più magnifica che uscita fosse dalla potenza di un popolo dominatore dell’Universo…” In queste parole, accanto a valutazioni soggettive, come definire “nobili” alcuni resti, incontriamo tuttavia un concetto che è alla base di molte discipline attuali, e cioè l’esigenza dell’autopsia, del controllo diretto, fisico da parte dello scienziato dell’oggetto del proprio studio (“mi convenne riconoscere di presenza”).

Il complesso cammino che condurrà ad una moderna concezione di tutela è intimamente connesso con lo sviluppo teorico della storia dell’arte e dell’architettura che – attraverso i fondamentali studi del Winckelmann, ed in particolare la sua Storia dell’arte presso gli antichi – nel XIX aspirava a coniugare il rigore scientifico all’ammirazione romantica per le opere d’arte. Le teorie ottocentesche sulla salvaguardia e sul recupero dei monumenti, e a maggior ragione alcuni restauri eseguiti nel XIX ci appaiono oggi obsoleti o addirittura poco rispettosi nei confronti dell’opera preservata: tuttavia, è in quel periodo che si colloca la nascita del restauro moderno.

Anche per la via Appia, l’intervento complessivo di tutela e restauro della derelitta Regina Viarum prese forma nel secolo XIX, prima con Antonio Canova, dal 1802 Ispettore alle Antichità su diretto incarico della amministrazione napoleonica a Roma, poi più organicamente mediante l’energica azione del Canina.

Certamente, la grandezza della visione canoviana è alla base dell’ intervento di carattere moderno. In un’epoca quanto mai complessa, drammaticamente contrastata tra le ambizioni bonapartiste ed il pontificato di Pio VII, il grande scultore riuscì ad imporre criteri fondamentali di tutela e salvaguardia, con particolare riguardo verso le metodologie di restauro archeologico.

Canova afferma la legittimità di eventuali integrazioni moderne sul reperto o monumento antico da restaurare, a condizione di non perdere la conformità alla sua storia e fattura, la sua collocazione reale (quindi non arbitrariamente asportabile, come a volte accade ancora oggi), i suoi stili e materiali.

E’ ciò che, sotto la sua direzione, sarà concretamente messo in atto, in particolare negli interventi lungo le prime miglia, e soprattutto nelle tombe del IV Miglio.

Il primo esperimento di ricomposizione monumentale è datato 1807-8: si tratta del restauro del sepolcro di M. Servilio Quarto in cui una muratura moderna inquadra i frammenti marmorei romani, determinando un unicum saldamente inserito nella storia e nel contesto ambientale.

In seguito, l’azione di Luigi Canina, a cui venne conferito nel 1839 l’incarico di Commissario delle Antichità di Roma precedentemente rivestito da Antonio Nibby, si distinse per la complessità dei suoi interventi: egli infatti mise mano al recupero del materiale archeologico in situ, ed alla sua sistemazione in coerenti e distinti complessi artistico–monumentali, coerentemente integrati con il paesaggio circostante. Soprattutto, intraprese una lettura complessiva del territorio nel suo impatto urbanistico-ambientale, volgendo il suo interesse all’intero percorso extraurbano della via Appia, secondo un criterio che ha creato la base dell’attuale principio di tutela di questo sito archeologico, di interesse mondiale.

L’ambizione del Canina di rivitalizzare l’ assetto complessivo della Regina Viarum nella sua componente extraurbana, sino alle Frattocchie, si inquadra nel più generale rilancio degli studi e delle ricerche sul campo, su scala romana ed europea; un rilancio cui non sono estranei intellettuali di ogni tipo, non solo archeologi, storici e filologi, ma anche scultori, pittori e poeti: risalgono infatti alla prima metà dell’Ottocento le frequentazioni di Keats e Shelley nella campagna romana.

Così il Canina, piemontese di origini, ha tempo e modo di inserirsi proficuamente in quel particolare clima culturale, attraverso intensi rapporti scientifici con contemporanei in Roma (Valadier, Nibby) o all’estero (C.R. Cockerell). Nell’ambito di una più generale attività di intervento sulla città storica (Villa Borghese ed il Foro sono interessati da profonde trasformazioni improntate proprio alle concezioni dello studioso di Casale Monferrato), il decisivo apporto sull’Appia Antica segnerà l’applicazione definitiva delle sue metodologie, con risultati straordinari che diverranno per l’epoca di portata europea.

Qui l’intuizione restaurativa del Canina si sviluppa potentemente in un contesto di recupero archeologico che crea vere e proprie scenografie che faranno da fondale alla Via; la cura delle crepidini si accompagna ad un’azione minuziosa di censimento e sistemazione ordinata di monumenti dispersi che ridefiniscono l’intero assetto di percorso. Il Canina si trovò anche ad affrontare problematiche ormai moderne (necessità di espropri, difficoltà di delimitazione delle aree pubbliche e private, creazione di una Carta del restauro, ecc.).

Se al nostro gusto contemporaneo la mano ricostruttiva degli studiosi, e più in particolare le tecniche di sistemazione dei reperti artistico–architettonici di quell’epoca possono apparire a volte arbitrari, non si devono dimenticare, tuttavia, le necessità determinate da secoli di completo abbandono, ed in particolare le difficoltà che tutt’ora incontriamo nella programmazione e gestione degli interventi di tutela e salvaguardia.

Pio IX, nel 1852 (quattro anni prima della scomparsa del Canina), presenta al mondo culturale ed all’umanità l’opera ultimata di quel primo prolungato intervento di restauro. Solo a quel punto può avere inizio la fase successiva della tutela moderna e contemporanea; fase non ancora terminata, ma che va nella direzione della restituzione al mondo, dopo tanti secoli, dei riflessi della magnificenza della via che porta il nome di Appia.