Ministero per i Beni e le attività culturali, Soprintendenza Archeologica di Roma
  Parole di pietra
La vita dell'antica Roma raccontata dalle epigrafi della via Appia

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Riferimenti Storici.
La società di Roma antica

Indice degli argomenti:

Classi sociali

Fasi della conquista romana

Monumenti del IV miglio

Onomastica

Struttura militare di Roma antica

Tutela storica

Magistrature di Roma antica

Cenni preliminari

Il corpo sociale di Roma antica non è un soggetto statico, in nessun momento della storia della città, e se da una parte questo fatto complica notevolmente la sua analisi, dall’altra ne determina ed incrementa l’interesse ed il valore.

Il primo e quasi ineludibile problema degli studi sociologici su Roma antica consiste nella scarsezza di dati quantitativi attendibili. Ad esempio, non potremo mai sapere con esattezza il numero totale dei cittadini romani in epoca imperiale, principalmente per tre ragioni: a causa del modo in cui gli antichi censivano la popolazione (si registravano solo i maschi adulti e liberi), perché le testimonianze letterarie sono spesso di parte e riportano dati non veri o comunque artefatti in modo da glorificare Roma, e perché molto del materiale epigrafico utile al conteggio delle persone che abitavano l’impero è irrimediabilmente perduto. Perciò non si possono applicare, alla società romana antica, i metodi statistici moderni: tutti i nostri calcoli non possono che essere approssimativi.

Tuttavia, non è affatto inutile tentare una ricostruzione, seppur parziale, del tessuto sociale di Roma: tale ricerca anzi è un passo importantissimo per capire i modi attraverso cui la città non solo è riuscita a sopravvivere preservando la sua identità culturale, ma è stata anche in grado di governare i popoli e le terre attorno al Mediterraneo per circa sette secoli.

 

Le classi dirigenti

I senatori

I senatori costituivano il gruppo sociale più potente di Roma sin dai suoi albori, l’aristocrazia che governava l’Urbe già in età repubblicana (fine VI a.C. – fine I a.C.) : solo essi, attraverso una carriera specifica per questa classe (il cursus senatorio) avevano accesso alle magistrature, le cariche politiche, giudiziarie e amministrative al tempo stesso, in cui si divideva lo stato romano, e quindi solo essi avevano il modo di governare lo stato: ed infatti i consoli (consules), i due capi supremi della repubblica di Roma, erano eletti tra candidati della sola classe senatoria. I senatori non governavano soltanto Roma, ma anche le province create dalla repubblica al di là del suolo italico: i governatori delle province, i proconsules, erano tutti senatori, e per questa funzione avevano anche il comando delle truppe di stanza nelle province loro assegnate.

I senatori erano inoltre i depositari di immense fortune, ed anche se non potevano praticare direttamente il commercio (a causa di alcune leggi ma soprattutto a causa del pregiudizio negativo che gli antichi avevano nei confronti dei mercanti, visti tutti come truffatori), aggiravano il problema usando schiavi e clienti come prestanome.

Nel turbolento I secolo avanti Cristo, la caduta della repubblica e la nascita dell’Impero saranno dovuti alle lotte interne della classe dei senatori, i cui capi si batterono per la supremazia usando le truppe di cui avevano il controllo e di cui si erano conquistati la fiducia. Il lungo periodo delle guerre civili finisce nel 31 a.C.,  con la vittoria di Ottaviano, figlio adottivo di Giulio Cesare: Ottaviano proveniva dalla classe senatoria, e fu il senato che gli attribuì il titolo di imperator Augustus, titolo portato poi da tutti i suoi successori al trono imperiale, dando così inizio ad una nuova forma di governo, l’impero, che dalla fine del I secolo a.C. durò fino al 476 d.C., anno che segna la fine dell’Impero Romano d’Occidente.

Durante l’impero i senatori erano ancora il ceto dirigente della società romana: il loro potere subì però, con il tempo, alcune limitazioni. Augusto (23 a.C. – 14 d.C.) ad esempio proibì ai senatori di entrare in Egitto (tanto che il governo di questa provincia fu da lui assegnato a personaggi di rango equestre), Gallieno (253-268 d.C.) tolse loro la possibilità di comandare le legioni (privilegio che avevano strettamente mantenuto fino a questo imperatore), e, con l’avvento del Cristianesimo, l’autorità dell’imperatore, visto come una sorta di campione di Cristo sulla terra, non potè più essere seriamente contestata dai senatori, a cui rimase un ingente potere economico.

I cavalieri

I cavalieri formavano il ceto sociale più importante subito al di sotto della nobilitas senatoria. I cavalieri (equites in latino) erano coloro che avevano ricevuto dallo stato, a titolo d’onore, un equus publicus, un cavallo pubblico, con cui, se necessario, si doveva andare in battaglia. All’epoca dei re, che si conclude nel 509 a.C. con la cacciata dell’ultimo dei Tarquini, questo onore era conferito a quei patrizi che non potevano entrare a far parte della classe senatoria. In epoca repubblicana, portavano il titolo di equites sia i giovani della classe senatoria che ancora non avevano ricoperto alcuna magistratura superiore che i grandi proprietari terrieri ed i grandi mercanti che raggiungevano un determinato reddito annuo; quindi si poteva essere equites non solo per sangue, ma anche per ricchezza, e questo fatto determinò la progressiva perdita del carattere militare del titolo, che diventò prettamente onorifico.

I cavalieri dunque erano cittadini di alto rango, il vertice della classe imprenditoriale, e li troviamo attivi soprattutto nel commercio, nell’artigianato di alto livello e, in parte, nell’agricoltura. Sin dal III a.C., con la costituzione delle province, i cavalieri si accaparrano la maggioranza degli appalti per i lavori pubblici; i cavalieri poi avevano anche il predominio assoluto negli appalti concessi alle compagnie di publicani, società nate con lo scopo di riscuotere le imposte delle province per conto dello stato.

Durante l’impero, già da Augusto, si aprì ai cavalieri la possibilità di partecipare al governo dello stato e delle province: fu creato per loro un percorso di carriera simile al cursus honorum dei senatori, e la gerarchia equestre era divisa sulla base del salario percepito: più alto il salario, più alta e densa di responsabilità la carica ricoperta. La carica più alta della carriera equestre fu quella del prefetto del pretorio, comandante della guardia del corpo dell’imperatore: una carica così importante che, quando fu in mano a uomini corrotti o privi di scrupoli portò grandi sciagure, come durante il regno di Nerone o di Tiberio. La seconda carica, per importanza, nella carriera equestre, era il governatorato dell’Egitto, che fu la prima provincia affidata al governo di un cavaliere. Tutte le nomine dei cavalieri derivavano dall’imperatore e dalla sua cerchia; la loro durata ed il loro conferimento dipendevano solamente dagli appoggi politici e dalle capacità dei nominati. Durante il regno di Nerone, la burocrazia statale fu affidata del tutto ai cavalieri (mentre in precedenza era stata messa nelle mani dei liberti della casa imperiale). La conquista definitiva dei cavalieri fu la possibilità di comandare una legione, fatto che avvenne per volontà dell’imperatore Gallieno, che privò i senatori del secolare diritto/dovere di comandare le legioni.

 

Le classi subalterne

La plebe

La maggior parte dei plebei a Roma ed in Italia era costituita da cittadini liberi, ma scarsamente autonomi economicamente. Questa categoria sociale era formata da piccoli proprietari terrieri, modesti contadini, artigiani e braccianti: tutte persone che, con l’incremento delle proprietà dei senatori e dei cavalieri rimaneva senza possibilità o quasi di vivere. Alcuni di loro, per vivere, assumevano la posizione di clientes di persone influenti. Si tratta di uomini liberi ma poco abbienti che dipendevano dal ricco patronus per il loro sostentamento. In cambio del sostegno economico e giudiziario, i clientes svolgevano un vario numero di lavori e funzioni per conto dei patroni, ciascuno a seconda delle sue competenze. Nella tarda repubblica non era infrequente, ad esempio, vendersi anche il proprio voto, pur di mangiare. Le grandi conquiste portarono senza dubbio un arricchimento smisurato per senatori e cavalieri, ma anche un impressionante impoverimento della plebe: migliaia furono i piccoli proprietari che, spogliati di ogni avere, si affollavano nelle città, abbandonando le campagne, in cerca di un lavoro o di una favorevole condizione di clientela alle dipendenze di un ricco signore. La plebe comunque costituiva un fattore importante nel gioco politico ed economico: conquistarsi il suo favore costituiva la base di un duraturo successo. I più fortunati tra loro riuscivano a riunirsi in collegia, in associazioni che, almeno all’inizio, avevano la funzione di garantire ai loro membri una degna sepoltura. La vera novità, e la vera occasione di promozione sociale per la plebe si ebbe quando Caio Mario trasformò l’esercito, attorno al 100 a.C.: con lui l’esercitò fu composto solo da volontari pagati e armati dallo Stato. In questo modo, chi non aveva altro mestiere, se non voleva tentare la fortuna come cliente aveva la possibilità di arruolarsi. Chi sopravviveva alla lunga ferma nelle legioni aveva così l’opportunità di arricchirsi, a volte tanto da poter entrare nell’ordine equestre.

Tale condizione si perpetuò in epoca imperiale: l’esercito costituì per lunghissimo tempo il mezzo più veloce per tentare una scalata sociale. Con gli imperatori, la plebe non ottenne più diritti o più giustizia rispetto a quanto aveva in epoca repubblicana: tuttavia, almeno a Roma, i meno abbienti erano nutriti dai costanti arrivi di carichi di grano (in seguito anche vino ed olio) dall’Egitto, che venivano distribuiti ai poveri di Roma gratuitamente o quasi. Questo servizio era chiamato annona e serviva agli imperatori non solo a sostenere la sopravvivenza di parte della popolazione della città di Roma, ma anche a scongiurare il pericolo di ribellioni per fame. Nelle altre zone dell’impero l’annona non esisteva, ed i plebei dovevano inventarsi il modo di tirare avanti, lavorando a giornata, diventando clientes di un ricco signore, prostituendosi, o, nei casi più estremi, dandosi al brigantaggio.

Gli schiavi

Il discorso sulla schiavitù a Roma è molto variegato, a causa della diversità di condizione in cui versavano gli schiavi, che potevano essere servi di un privato cittadino, di associazioni, dell’Imperatore o dello Stato. Il loro ruolo nella società romana era cruciale: la legge li considerava oggetti parlanti, ma i padroni sapevano bene che gli schiavi costituivano una forza lavoro gratuita (bastava garantire loro vitto e alloggio) ed in molti casi efficiente e competente. Spesso infatti gli schiavi erano depositari di conoscenze tecniche, artistiche e scientifiche che i Romani non avevano. Per di più si potevano affidare agli schiavi compiti di cui non si voleva essere responsabili nei confronti della legge. Esistevano persino mestieri, come quello di attore, che potevano essere intrapresi solo dagli schiavi. Per lungo tempo, furono le guerre di conquista, con il loro apporto di prigionieri, a fornire un serbatoio di manodopera servile amplissimo. Per di più, quando uno schiavo aveva un figlio, quest’ultimo era automaticamente schiavo del padrone dei suoi genitori. In questo modo molti senatori e cavalieri diedero vita, nelle loro ville, a veri e propri “allevamenti” di schiavi. Queste norme consentirono ai ceti dirigenti di Roma di avere schiavi a disposizione anche nei periodi in cui i prigionieri di guerra scarseggiavano. Non si deve pensare che gli schiavi subissero sempre e da tutti i padroni trattamenti disumani, anzi abbiamo notizie di unioni tra schiavi e padroni, e, ad un livello forse più cinico, possiamo supporre che i padroni sapevano che uno schiavo ben trattato lavorava meglio. Esistevano anche schiavi ricchi e potenti, che erano a loro volta padroni di altri schiavi: ovviamente non erano la maggioranza, ed erano al servizio di grandi e potenti signori. Ma, come è ovvio, la condizione schiavile non era certo fonte di felicità per tutti, ed è anche sicuro che per molti schiavi le mansioni ed i trattamenti dovevano essere tutt’altro che leggeri: per alcuni schiavi, l’unico modo per riconquistare la libertà fu quello della rivolta armata, la più famosa delle quali fu quella di Spartaco.

I liberti

I liberti erano gli schiavi liberati dai padroni. A loro riguardo, così come avviene per gli schiavi, è quasi impossibile tracciare un quadro unitario. L’elemento che accomunava tutti i liberti era il fatto di essere stati schiavi, e che, se il loro padrone era un cittadino romano, entravano anch’essi a far parte della comunità dei cittadini romani. Un liberto tuttavia non era del tutto libero, perché doveva, per legge, assolvere parecchi obblighi nei confronti dell’ex padrone (che i Romani chiamavano patronus): obblighi che dovevano essere adempiuti per tutta la vita. La qualità della vita di un liberto era determinata dalla potenza e dalla ricchezza del padrone, e dalla buona disposizione del padrone nei confronti dell’ex schiavo. Ne consegue che i più privilegiati tra i liberti erano quelli che erano stati al servizio dei senatori e dei cavalieri, e che, inoltre i rapporti tra ex schiavi e padroni potevano essere più che buoni nel caso in cui i liberti svolgessero un lavoro utile, meglio ancora se di qualità elevata, come quello di medico, architetto, scultore, ecc., e potevano persino nascere tra patroni e liberti legami affettivi più importanti di quelli parentali. Il liberto manteneva il proprio nome di schiavo (che diventava il suo cognomen) e prendeva dal padrone il gentilizio (che corrispondeva al nostro cognome), e diventava quindi un membro della sua famiglia (in latino gens). Non è raro il caso in cui molti liberti dello stesso padrone si associavano con vari scopi, primo fra tutti quello funerario. In quanto cittadini, i liberti potevano votare, ed ovviamente i loro patroni ne condizionavano il voto. Anche se otteneva la cittadinanza, il liberto non poteva aspirare, ovviamente, alle cariche pubbliche: i suoi discendenti tuttavia, avevano l’opportunità di entrare nella classe equestre. 

Nei primi decenni dell’impero i liberti della casa imperiale ottennero un grande potere, perché fu loro affidata la burocrazia necessaria alla gestione delle immense proprietà degli imperatori. E’ facilmente  comprensibile che amministrare un tale patrimonio comportava possibilità di arricchimento e di acquisizione di potere. Tuttavia, a partire dal regno di Nerone, la totalità degli incarichi pubblici affidata ai liberti fu data ai cavalieri. Ai liberti della casa imperiale rimase comunque la non piccola opportunità di gestire i beni privati dei sovrani (terre, miniere, attività manifatturiere ecc.). E’ comunque evidente che i liberti dell’imperatore erano dei veri privilegiati rispetto a qualunque altro liberto dell’impero.

I peregrini

Con la parola peregrini i Romani designavano gli abitanti liberi delle province assoggettate al dominio romano. I peregrini potevano anche godere, nella loro patria di molti diritti e privilegi. Tuttavia i ceti dirigenti di Roma crearono un sistema in cui diventare cittadino romano era desiderabile, in particolare per un peregrino. Per molti peregrini, diventare cittadini romani comportava molti vantaggi: innanzitutto non si perdeva la cittadinanza di origine (questo è abbastanza certo per l’età imperiale ed è ragionevolmente supponibile per il periodo repubblicano), ed in più si acquistavano i diritti del cives romanus, non da ultimo entrare, seppur con difficoltà, a far parte della classe equestre. I peregrini più illustri, più ricchi e più influenti non incontravano difficoltà ad ottenere la cittadinanza romana, e molti in epoca imperiale, divennero persino senatori; per i meno abbienti la strada da percorrere per la conquista di questa condizione privilegiata era quella di arruolarsi nell’esercito, in età imperiale  nelle milizie ausiliarie, visto che l’ingresso alle legioni era riservato ai cittadini romani, e alla fine del servizio di circa 20 anni ricevevano, oltre alla liquidazione, la cittadinanza romana. Comunque, il ruolo dei peregrini fu importantissimo, sin dall’epoca repubblicana. Il loro consenso al potere romano era la base necessaria e imprescindibile per avere pace ed entrate fiscali stabili, anche se non mancavano casi in cui i governatori romani approfittavano illegalmente dei loro sudditi provinciali. I peregrini erano l’elemento vitale dell’economia romana: se i cavalieri erano i grandissimi imprenditori che operavano in molte province, i peregrini costituivano i quadri medi senza cui non era possibile garantire la sopravvivenza dello stato. Fondamentalmente dunque, i peregrini fornivano a Roma ricchezza, prodotti finiti, artigianato d’uso comune e di alta qualità, manodopera qualificata, ed anche come soldati, inquadrati nei ranghi ausiliari, il loro apporto forniva all’esercito stesso delle competenze che altrimenti non avrebbe avuto (come i “corpi speciali” di cavalieri e arcieri). 

Abbiamo precise testimonianze del fatto che, durante il periodo imperiale, era possibile ai provinciali entrare a far parte della cerchia dei governanti: anzi, alcuni provinciali divennero addirittura imperatori, come Traiano (98-117 d.C.), Adriano (117-138 d.C.), Settimio Severo (193-211 d.C.), Diocleziano (284-305 d.C.), Costantino (307-337 d.C.), solo per fare degli esempi. L’importanza dei provinciali fu talmente sentita dal governo centrale che l’imperatore Caracalla , nel 212 d.C., con la pubblicazione della Constitutio Antoniniana concesse a tutti gli individui liberi dell’impero la piena cittadinanza romana: un tale atto, fu inaudito ed assolutamente nuovo per i contemporanei di Caracalla; anzi alcuni storici ed intellettuali dell’epoca insinuarono che l’imperatore avesse preso tale decisione per aumentare il numero dei contribuenti. Noi comunque, sappiamo che la Constitutio Antoniniana fu uno dei provvedimenti più importanti dell’impero, che risolse molti problemi accomunando tutti i cittadini liberi dell’impero sotto un’ unica giurisprudenza, quella romana, rendendo così molto più facile l’amministrazione del diritto pubblico e privato.