Ministero per i Beni e le attività culturali, Soprintendenza Archeologica di Roma
  Parole di pietra
La vita dell'antica Roma raccontata dalle epigrafi della via Appia

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Riferimenti Storici.
L'onomastica romana

Indice degli argomenti:

Classi sociali

Fasi della conquista romana

Monumenti del IV miglio

Onomastica

Struttura militare di Roma antica

Tutela storica

Magistrature di Roma antica

Lo studio dell’onomastica romana risulta particolarmente importante dal momento che quasi tutte le iscrizioni conservano uno o più nomi. Nel corso dei secoli (dal VII a.C. al V d.C.)  la denominazione nel mondo romano subì una serie di modificazioni in base al periodo storico ed alla condizione giuridica dell’individuo. Si può distinguere, infatti il nome del cittadino romano libero, della donna in condizione libera, degli stranieri che assumono la cittadinanza romana, dei liberti ed infine degli schiavi.

 

Onomastica del cittadino romano

Nell’età più antica era diffuso il sistema uninominale, l’uomo latino era indicato solo dal nome personale, ma più tardi,nel corso del VII secolo,  si passò al sistema dei duo nomina (prenome e nome gentilizio) e ciò avvenne per influenza degli Etruschi.

I Romani infatti derivarono da questi ultimi la loro concezione dei rapporti giuridici di famiglia e parentela, fondata sull’ordinamento gentilizio. Alla base di quest’ordinamento era stato il costituirsi di vari raggruppamenti di famiglie (gentes) i cui membri avevano in comune uno stesso nome, nomen gentilicium, corrispondente al nostro cognome. Proprio questo nome gentilizio diventò l’elemento nominale più importante, mentre il precedente nome unico, di carattere personale, scadeva a semplice praenomen ( pre + nomen qualcosa che è premesso ed accompagna il nome). 

Nel corso del III secolo a.C., nell’ambito delle casate nobili, viene introdotto, come ulteriore elemento di distinzione individuale, il cognomen, simile al nostro nome di persona, il cui uso si andò affermando e generalizzando molto lentamente e solo sul finire del I secolo a.C. diventò uno dei componenti stabili dell’onomastica romana.

Si fissava così il sistema dei tria nomina: praenomen, nomen gentilicium, cognomen, che rappresenta la norma (salvo rarissime eccezioni) nel corso dei primi due secoli dell’impero, periodo aureo dell’epigrafia romana (vedi le schede di T. Crustidius Briso, di L. Gresius Rufus, di M. Servilius Quartus, di S. Avonius Faustus, di S. Pompeius Iustus, di Gaios Pleinios Eutychos, di Ti. Claudius Secundinus, di Ti. Claudius Secundus Philippianos, di C. Rabirius Hermodorus, di L. Valerius Giddo, di L. Valerius Baricha, di T. Fidiclanius Apella, di C. Vettenus Chrestus, di P. Sergius Demetrius, di C. Ateilius Euhodus, di M. Pompeius Maius). Infatti già nel II secolo d.C. si torna a due nomi visto che il praenomen tende a scomparire perché sostituito, come nome individuale dal cognomen

Lo stesso avvenne poi  verso il IV-V secolo d.C. per il nomen gentilicium, così, alla fine di un processo evolutivo, durato parecchi secoli, si ritornò al sistema uninominale.                           

Dobbiamo infine ricordare il caso particolare dell’onomastica della nobiltà romana, i cui nomi, specie nel II secolo d.C., si moltiplicarono dando luogo ai cosiddetti poliònimi; troviamo elencati  accanto al nome paterno quello materno, quello di un avo, o di altri personaggi a cui erano in qualche modo legati, non è raro in questo caso leggere una nomenclatura formata da vari prenomi, qualche gentilizio e numerosi cognomi.

Altri elementi che completavano il nome del cittadino romano erano il patronimico e l’indicazione della tribù di appartenenza.

Il patronimico, o formula di filiazione, è solitamente composto dal prenome paterno abbreviato e dal sostantivo filius/a  abbreviato alla sola lettera F o FIL .

Spesso nei nomi degli esponenti della classe nobiliare accanto al prenome del padre erano ricordati anche quelli del nonno o di altri antenati. Quest’uso di nominare gli ascendenti fu comunemente usato nelle iscrizioni che ricordavano gli imperatori con i loro titoli.

Infine la menzione della tribù di appartenenza equivaleva a dichiarare “civis romanus sum”, infatti solo i cittadini romani potevano essere iscritti in una delle 35 tribù, sorta di distretti territoriali nei quali essi erano ripartiti ai fini della riscossione dei tributi, delle operazioni di censimento o della leva militare. La tribù compare in iscrizioni del I secolo a.C. per scomparire nel corso del III secolo dopo Cristo. Formalmente il nome della tribù è abbreviato alle prime tre lettere (vedi le schede di L. Gresius Rufus, di L. Popeius Babba, di Ti. Claudius Secundinus, di L. Valerius Giddo).

 

Onomastica della donna di condizione libera

 Nella fase più antica, fin verso il II secolo a.C., il nome della donna ingenua o libera era formato  da due elementi un gentilizio (quello paterno ma al femminile) preceduto da un praenomen o da un secondo gentilizio. In età successiva invece, fino agli inizi dell’impero, il nome delle donne è formato da un solo gentilizio. In età imperiale l’onomastica femminile torna a comporsi di due elementi, il gentilizio paterno ed un cognome che è o quello stesso del padre, o un derivato di esso (vedi le schede di Ti. Claudius Secundus Philippianos, di C. Rabirius Hermodorus, di C. Vaberius Syneros, di Aelia Primigenia, di Cecilia Metella).

 Anche le donne libere erano solite indicare il patronimico ed ancora in età imperiale, non mancano casi  di donne nobili che presentano un nome composto di parecchi elementi, sul tipo dei poliònimi.

 

Onomastica  degli stranieri che assumono la cittadinanza romana

Gli stranieri potevano ottenere la cittadinanza romana: in tal caso dovevano cambiare il proprio nome, che veniva formato dal prenome e dal gentilizio di colui che aveva concesso la cittadinanza (in età repubblicana un magistrato, molto spesso l’imperatore in età imperiale) mentre come cognome, conservavano il loro antico nome. (vedi le schede di Barbarianos, di M. Papinius Zibax, di L. Popeius Babba, di Gaios Pleinios Eutychos, di L. Valerius Giddo, di L. Valerius Baricha).

 

Onomastica dei liberti:

I liberti erano ex schiavi che erano stati “manomessi” cioè liberati dai loro padroni (che diventavano patroni dei liberti). Insieme alla libertà i liberti ottenevano buona parte della dignità e dei privilegi della cittadinanza romana (alcune restrizioni, rispetto ai nati liberi, esistevano tuttavia nel campo del diritto pubblico, in campo militare, dove erano esclusi dalle legioni, ed ancor più, nel campo dei diritti politici, soprattutto per l’accesso alle magistrature, al Senato ed alle cariche sacerdotali) .

Bisogna poi ricordare i liberti imperiali, cioè gli ex schiavi degli imperatori, che arrivarono sovente ad assumere dei ruoli molto vicini a quelli dei funzionari di governo.

Per quanto riguarda l’onomastica, nell’età più antica non è sempre facile distinguere i liberti dagli schiavi  almeno fino agli ultimi decenni del III secolo a.C. quando nelle iscrizioni inizia a comparire il termine libertus.

L’onomastica dei liberti era inizialmente formata da due elementi, il prenome ed il gentilizio, cui seguiva la formula di patronato, composta dal prenome del patrono, abbreviato alla sola iniziale e seguito dalla lettera L. di libertus/a. Inizialmente  il liberto assumeva un prenome diverso da quello del patrono mentre  verso la fine della repubblica e l’età imperiale il prenome del liberto è lo stesso di quello del patrono.

Il gentilizio del liberto è, di regola lo stesso del patrone o della patrona che lo manomettono.

Qualora uno schiavo fosse appartenuto a più padroni con il medesimo prenome e gentilizio, al momento della manomissione, egli avrebbe indicato la doppia proprietà con una particolare forma di patronato, del tipo Q. Caecilius Q(uinti) Q(uinti) (o meglio Quintorum duorum ) l(ibertus) (vedi la scheda di P. Sergius Demetrius).

Se i padroni avevano lo stesso gentilizio ma diverso prenome, il liberto prendeva il prenome di uno dei due,  e nel caso di più manumissori aventi differenti gentilizi veniva scelto il gentilizio di uno solo di essi.

Nel caso di un  liberto di una donna libera, poiché le donne erano per lo più senza prenome, il liberto assumeva il prenome del padre della donna, oppure troviamo la consueta sigla  formata da una C rovescia e da una L, stante ad indicare Gaiae libertus/a, ove il femminile del prenome C(aius) aveva il significato generico di mulieris; perciò, l’abbreviazione aveva il significato di “liberto di una donna”  (vedi la scheda di P. Sergius Demetrius).

Se colei che operava la manomissione era a sua volta una liberta,  quindi giuridicamente priva di padre, il liberto prendeva il prenome dell’ex padrone della donna.

Il cognome compare successivamente nell’onomastica dei liberti, all’incirca verso la fine del II secolo a.C., divenendo di uso comune nelle iscrizioni nei primi decenni del I secolo a.C.

Di regola il cognome dei liberti era costituito dal loro antico nome da schiavi, in genere derivante da nomi di divinità o di personaggi mitologici, da qualità fisiche o morali, dal mestiere esercitato. Non sono rari i cognomi derivati dai luoghi di origine degli schiavi.

I liberti imperiali assumevano il prenome ed il gentilizio dell’imperatore e la formula di patronato era  espressa mediante l’espressione Augusti (o Augustae ) libertus  comunemente abbreviata in Aug(usti) lib(ertus) (vedi la scheda di Heracla).

Dobbiamo ricordare infine che, in molti casi, il liberto non indicava la sua condizione, omettendo la formula di patronato; in questo caso sono il tipo di cognomen, la mancanza di elementi quali l’indicazione della tribù od il patronimico o la presenza di un prenome e di un gentilizio imperiali ad indicare o suggerire una condizione libertina.

 

Onomastica degli schiavi

In età più antica gli schiavi portavano un nome che non aveva nulla a che fare con quello  originario; era un nome costruito aggiungendo al prenome del padrone il suffisso –por (derivato da puer, dunque Marcipor significava il ragazzo = lo schiavo di Marco).

Ma quando aumentò il numero di schiavi di uno stesso padrone, fu necessario assegnare ad ognuno un nome personale; allora nelle iscrizioni, accanto al nome dello schiavo, si annotava il prenome del padrone cui apparteneva, usando una formula che richiama quella del patronimico dei liberi.  Essa era formata dal prenome del padrone, al caso genitivo e abbreviato alle lettere iniziali, dipendente da  s(ervus/a)  (ad es. Stichus L(uci) s(ervus). Il sostantivo s(ervus/a) può anche non  essere scritto (vedi le schede di Alexander e di Tyrannus). 

Alcuni schiavi presentano un nome terminante in –anus, suffisso che indica generalmente un cambiamento di proprietario per donazione, allo schiavo cioè veniva dato o aggiunto, come secondo, un nome che ricordava quello del suo primo padrone (vedi la scheda di Barbarianos).