Ministero per i Beni e le attività culturali, Soprintendenza Archeologica di Roma
  Parole di pietra
La vita dell'antica Roma raccontata dalle epigrafi della via Appia

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Magistrature di Roma antica

Indice degli argomenti:

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Monumenti del IV miglio

Onomastica

Struttura militare di Roma antica

Tutela storica

Magistrature di Roma antica

Per i Romani (come per i Greci e gli Italici) il magistratus era un funzionario pubblico, con incarichi principalmente amministrativi e politici, che solo in alcuni casi aveva compiti giudiziari; una situazione dunque molto diversa rispetto al nostro ordinamento statale.

L’insieme delle magistrature di Roma antica ha subito notevoli variazioni nel tempo, anche e soprattutto a causa del mutare delle temperie politiche. Nell’impossibilità, in questa sede, di illustrarle tutte, si prenderà in esame il sistema che si cristallizzò sul finire del I sec. d. C, e che durò fino alla metà del III d. C., con qualche accenno ai precedenti di età repubblicana. In questa  analisi, ci si limiterà, inoltre, alle magistrature vigenti nella città di Roma, tralasciando l’esame di quelle adottate nelle  altre città dell’impero romano, che, se da Roma importavano spesso il modello, mantenevano tuttavia alcuni caratteri specifici.

Le caratteristiche peculiari delle magistrature romane erano l’elettività e la collegialità: tutte le cariche politiche della Repubblica, dai consoli ai triumviri monetali, erano ricoperte da una coppia di persone (e a volte da un trio). Questo fatto determinava forti competizioni tra i magistrati, volte o alla rielezione o al raggiungimento di una carica più elevata. Un benefico effetto di questa competizione consisteva, invece, nel controllo che i magistrati esercitavano l’uno sull’altro. Anche la durata limitata delle cariche nella maggior parte delle magistrature romane, che raramente superava l’anno, contribuiva al controllo del potere dei magistrati.

Alcuni magistrati erano dotati di imperium, e chi ne era privo era detto sine imperio. A parte alcune figure speciali, come, in epoca repubblicana, il dictator, tra i magistrati ordinari solo i consoli ed i pretori possedevano questa prerogativa. L’imperium conferisce al suo titolare la facoltà di impartire ordini ai quali i destinatari non possono sottrarsi, con conseguente potere di sottoporre i recalcitranti a pene coercitive di natura fisica (fustigazione, e nei casi più gravi, decapitazione) o patrimoniale (multe). Il simbolo esteriore di questo potere è costituito dai fasci littori.

Il concetto di imperium risale addirittura all’età monarchica, ed anzi, a partire da essa, era conferito con una legge speciale, la lex curiata de imperio.

Rivestire un incarico pubblico, sia nel periodo repubblicano che durante l’impero, era considerato un grande onore, degno di poche persone, tanto che le magistrature erano chiamate anche con il termine di honor, onore. Nella Roma repubblicana, le magistrature erano riservate ai nobiles, categoria sociale comprendente senatori, cavalieri insigniti dell’equus publicus e coloro che annualmente  percepivano almeno 40.0000 sesterzi. Negli ultimi decenni della repubblica, tuttavia, era considerato nobilis solo chi avesse potuto annoverare dei consoli tra i suoi antenati.

L’insieme delle magistrature ricoperte da una stessa persona è indicato con l’espressione cursus honorum, alla lettera “successione di onori”, ma comunemente tradotta con “carriera politica”. Le epigrafi indicano, in alcuni casi, il cursus honorum dei personaggi di maggior rilievo. Il cursus può essere redatto secondo un ordine ascendente (dalla carica meno importante fino alla più prestigiosa) o discendente. Nella redazione del cursus sono note eccezioni, aggiunte, elisioni, dovute alle cause più disparate: perciò, per ricostruire il sistema delle cariche pubbliche è stato necessario integrare i dati provenienti dalle fonti storiche con quelli desunti dalle fonti epigrafiche.

Le ultime modifiche del cursus honorum repubblicano si devono, nel corso del I secolo a.C., a Silla e Cesare, con una chiara definizione della gerarchia tra le cariche, l’età minima di accesso, le modalità di assegnazione, le regole per la candidatura ed altri dettagli procedurali. 

La carriera senatoria

Le cariche che formavano il cursus honorum senatoriale erano le più antiche, e perciò le più prestigiose; anzi, per circa cinque secoli, costituirono da sole l’apparato di governo dello stato di Roma, poiché in epoca repubblicana non esisteva la carriera equestre, che  si svilupperà in epoca imperiale, per opera di Augusto (27  a. C- 14 d. C.).

Il vigintivirato

Prima di accedere alle magistrature maggiori, i giovani nobili dovevano fare esperienza con le venti minori, collettivamente chiamate col nome di vigintivirato. In epoca repubblicana queste cariche erano elettive, mentre con l’Impero la loro assegnazione era frequentemente influenzata dall’Imperatore.

  • Tresvires capitales: erano tre magistrati che in epoca repubblicana si occupavano di mantenere l’ordine a Roma e di contrastare gli incendi. Persero questa funzione a vantaggio del corpo dei vigiles con Augusto, che li incaricò di assistere i consoli ed i pretori nell’esercizio delle loro funzioni giudiziarie. Erano anche responsabili della sorveglianza dei prigionieri e sovrintendevano alle esecuzioni capitali.

  • Tresvires monetale o Tresvires auro argento aere flando feriundo: in epoca repubblicana questi tre magistrati apponevano sulle monete prodotte dalla zecca di Roma il loro nome, mentre in epoca imperiale esso scomparve a favore di quello dell’imperatore, e  la loro responsabilità fu quella di condurre la zecca di Roma. Attraverso questi uomini, appartenenti alla classe senatoria, il senato, sotto il regime imperiale, riusciva  a  mantenere  una certa forma di controllo sulla monetazione in rame.

  • Quattuorviri viarum curandarum: questi quattro funzionari erano incaricati della manutenzione e della pulizia delle strade di Roma ed erano posti sotto l’autorità degli edili.

  • Decemviri litibus iudicandis: questi dieci magistrati avevano il compito di giudicare sulle liti tra i cittadini. Con Augusto, persero la prerogativa di giudizio sui casi relativi alla liberazione degli schiavi, ma ricevettero la presidenza, sotto la direzione del praetor hastarius, della corte che giudicava i casi di successione.

Non era necessario rivestire tutte le cariche del vigintivirato per raggiungere il successivo gradino del cursus, la questura.

La questura

Il numero dei questori, non fu sempre uguale durante  la Repubblica; Augusto invece  fissò a venti il loro numero. Una volta eletti i questori, le varie questure erano ad essi  conferite in parte in base alle scelte dell’imperatore ed in parte tramite sorteggio. I questori erano suddivisi secondo lo schema seguente:

  • due questori di Augusto (cioè dell’imperatore)
  • due questori urbani (esercitanti le loro funzioni in Roma)
  • quattro questori dei consoli (due per console)
  • dieci questori provinciali, uno per ogni provincia senatoria (erano detti questori propretori).

I questori dell’imperatore leggevano in senato le proposte del princeps, indipendentemente dalla sua presenza fisica, e lo assistevano nell’esercizio delle sue funzioni pubbliche.

Ai questori di Roma, che entravano in carica il 5 dicembre, spettava, in età repubblicana, la prestigiosa amministrazione del tesoro pubblico, l’aerarium Saturni. In epoca imperiale questa competenza passò a prefetti del rango pretorio. I questori urbani mantennero, nel passaggio tra la Repubblica e l’Impero, il compito di dirigere gli archivi generali del popolo romano, conservati anch’essi nell’aerarium, e già durante il principato di Augusto, nell’11 a.C., essi ricevettero l’incarico di conservare anche i senatoconsulti ( cioè le disposizioni del senato).

Tutto ciò che sappiamo dei questori dei consoli, è che essi assistevano i magistrati supremi nel presiedere le sedute del senato e notificavano, ai diretti interessati, i senatoconsulti decisi sotto l’autorità del console da cui dipendevano.

I questori provinciali entravano in funzione assieme ai proconsoli, ufficialmente il 1° di luglio, fino all’arrivo in provincia del loro successore. A loro competeva la gestione dei fondi pubblici delle province senatorie.

Da Domiziano (81-96 d. C.) in poi, uno dei questori uscenti, in genere un questore urbano, veniva incaricato dall’imperatore, per la durata di un anno, dell’amministrazione degli archivi del senato, con il titolo di  quaestor ab actis senatus. Costui partecipava alle commissioni di redazione dei senatoconsulti ed informava l’imperatore assente sulle decisioni del senato.

Gli edili ed i tribuni della plebe

Gli ex questori, detti quaestorii, in genere dopo due anni dalla fine del loro mandato, si candidavano all’edilità o al tribunato della plebe.

  • Gli edili. Sin dal periodo repubblicano, gli edili erano sei, tre plebei e tre curuli. I primi erano eletti tra candidati di estrazione plebea, i secondi invece, erano di origine patrizia, ed erano superiori in grado ai plebei, tanto da avere il diritto di usare la sella curulis, un sedile riservato alle alte cariche dello stato romano, che costituiva, insieme ai fasci, uno dei simboli di maggiore autorità.



    Il compito principale degli edili consisteva nella sorveglianza del commercio pubblico, e cioè nel controllo dell’esattezza dei pesi, delle misure e delle vendite. Spettava a loro organizzare processi civili relativi al commercio nei mercati, e sorvegliare i prezzi e la qualità delle derrate. Riguardo agli incarichi frumenti dandi, Augusto sollevò gli edili da questa responsabilità,  per affidarla al Prefetto dell’Annona. Analogamente, con l’Impero, i compiti di polizia nella città di Roma, esercitati precedentemente dagli edili, vennero affidati al Prefetto dell’Urbe. Un altro compito degli edili, di non poco rilievo, era la sorveglianza delle strade, delle piazze e degli altri edifici pubblici, come i templi, le terme ecc. Per l’esercizio di queste funzioni, essi erano dotati di un potere di coercizione, che venne mitigato con la crescita del potere del Prefetto dell’Urbe. Infine, gli edili avevano anche compiti religiosi: gli edili curuli dovevano curare la celebrazione dei Giochi Romani il 15 settembre, mentre gli edili plebei erano incaricati della conduzione dei Giochi Plebei del 15 novembre.
  • I tribuni della plebe. Una delle magistrature più antiche, istituita nel 494 a. C., i tribuni della plebe erano inizialmente due, ma alla fine della repubblica il loro numero era aumentato fino a dieci. Il loro potere non era certo da poco: avevano il diritto di veto nei confronti delle leggi ed il diritto di intercessione nei confronti delle decisioni prese dagli altri magistrati. La loro autorità non era legitima, cioè stabilita per legge ma sacrosancta, cioè basata sull’appoggio incondizionato garantito ai tribuni da tutta la plebe, che garantiva la difesa della persona fisica dei tribuni; in altre parole, minacciare, ferire o uccidere un tribuno equivaleva a far scattare una rivolta popolare.  Tuttavia, l’aristocrazia senatoria, dopo lunghi dibattiti, con la legge Ortensia del 287 a. C., dichiarò i tribuni della plebe magistrati dello Stato e dette valore di legge ai plebisciti favorendo, quindi, un processo di controllo senatorio del potere rivoluzionario dei tribuni.  In epoca imperiale il potere dei tribuni si indebolì a vantaggio dell’imperatore. Egli, infatti, era investito della tribunicia potestas, cioè aveva tutti i poteri di un tribuno della plebe, ma, a differenza di un tribuno comune, era anche dotato di imperium, la facoltà, sancita per legge, di imporre, anche con la forza, le proprie decisioni. Il potente diritto di veto, in epoca imperiale, fu esercitato solo dall’imperatore. Tuttavia, anche in età imperiale, i tribuni della plebe continuarono ad esercitare il diritto di  intercessio, contro i senatoconsulti. Un altro ambito in cui i tribuni applicavano l’intercessio in epoca imperiale era la procedura civile e le istanze di cassazione, funzione che mantennero fino al III secolo d. C.  I patrizi, non potendo diventare tribuni della plebe, erano esonerati da questo passaggio e potevano candidarsi direttamente alla pretura.

La pretura

In epoca imperiale i pretori erano diciotto, e l’età minima necessaria per accedere alla carica era di trent’anni. Questi magistrati, dotati di imperium, giudicavano nei processi tra i privati cittadini. Ogni anno, inoltre, essi pubblicavano un editto, che esponeva le modalità con cui avrebbero esercitato le loro funzioni. Questa antica consuetudine repubblicana continuò in epoca imperiale, quando gli editti dei pretori divennero la base del diritto privato romano. Tutti i pretori, in epoca imperiale, continuarono a presiedere le corti di giustizia specializzate, le quaestiones, che avevano il compito di giudicare su alcuni reati gravi e particolari, come la concussione e la corruzione. 

Avevano inoltre il compito di compilare le liste dei giurati nei processi, all’interno di un elenco generale predisposto dall’imperatore.

Diversi erano gli incarichi dei pretori; normalmente erano assegnati tramite sorteggio, ma alcuni pretori, in virtù di privilegi speciali, come quelli concessi dall’imperatore, potevano scegliere la pretura da ricoprire.

  • Le cariche di praetor urbanus e di praetor peregrinus erano le più antiche e importanti. Il Pretore Urbano (cioè di Roma) applicava le leggi nei confronti dei cittadini romani, il Pretore Peregrino invece, si occupava delle liti che sorgevano tra stranieri e tra stranieri e cittadini romani.

  • Il praetor hastarius, già con Augusto, presiedeva la corte dei centumviri (cento uomini), incaricata di giudicare sulle successioni (e che in precedenza era presieduta dai decemviri litibus iudicandis).

  • Da Tito (76 -81 d. C.) in poi, le contestazioni relative ai fidecommessi furono affidate al pretore fidecommissario.

  • Nerva (96-98 d. C.) pose le corti che giudicavano le cause tra il fisco imperiale ed i privati. Sotto la presidenza di un pretore.

  • Marco Aurelio istituì il pretore tutelare, che doveva vigilare sulla nomina dei tutori.

  • In epoca incerta comparve poi il pretore de liberalibus causis, che ottenne la direzione dei processi in cui si giudicava la liberazione degli schiavi.

I pretori più importanti, soprattutto il Pretore Urbano, in assenza dei consoli potevano dirigere lo Stato, ed agire per conto del popolo o del senato. Questa attività, in epoca imperiale, era comunque limitata dal controllo dell’Imperatore. Spettavano ai pretori anche compiti religiosi, come la fissazione della data della festa dei Compitalia e la celebrazione del sacrificio annuale sull’Ara Maxima di Ercole. Dal 22 a. C., fu compito dei pretori dirigere l’organizzazione di tutte le feste pubbliche di Roma e dei giochi ad esse collegate.

Gli ex pretori

A tutti gli ex pretori, detti praetorii o propraetores, una volta finito il loro mandato, si offriva la possibilità di continuare la carriera politica, rivestendo una delle cariche pretorie. In genere, i pretorii di origine plebea rivestivano tre o quattro incarichi pretorii prima di candidarsi al consolato, accedendo in media alla massima magistratura all’età di quaranta anni, mentre i pretorii di origine patrizia potevano saltare la carriera pretoria, candidandosi al consolato a trentadue anni.

Le cariche pretorie erano divise in due gruppi: le meno prestigiose, come quella di amministratore (curator) di una città o di assistente (legatus) di un governatore di provincia, si rivestivano all’inizio della carriera pretoria, mentre alle cariche più importanti, come il comando di una legione o il governatorato di una provincia,  si accedeva alla fine della carriera pretoria.

In epoca imperiale, la carica pretoria più importante era il governatorato di una provincia imperiale di rango pretorio. Assumendo questa carica, l’ex pretore, ricevuto il titolo di legatus Augusti propraetore, sperimentava per la prima volta tutte le responsabilità ed i doveri connessi all’esercizio dell’imperium, ovviamente sotto la direzione dell’imperatore.  La buona gestione di una provincia  imperiale, offriva all’ex pretore, alla fine del proprio mandato pretorio, la possibilità di candidarsi al consolato.  In altre parole, le fortune politiche dei membri della classe senatoria si creavano o morivano nel corso del grado pretorio.

Il consolato

L’antica magistratura suprema della Res Publica Populi Romani, il consolato, fu caratterizzato, fin dagli inizi,  dalla collegialità e dalla annualità. Nei tempi più antichi, Roma aveva solo due consoli, cioè due capi di stato con poteri uguali. Il consolato fu considerato così importante che perfino il computo degli anni fu legato alla magistratura suprema: ogni anno, infatti, oltre ad essere calcolato ab Urbe condita, cioè dalla fondazione di Roma, era indicato con il nome della coppia consolare in carica.

Se già alla fine della Repubblica accanto ai consoli ordinari apparvero i consoli suffecti, cioè aggiunti, fu durante l’Impero che il numero dei magistrati supremi aumentò in maniera considerevole, fino a stabilizzarsi a dodici, durante la dinastia dei Severi (193 – 235 d. C.). In genere ogni anno l’imperatore rivestiva uno dei due consolati ordinari, mentre i suoi favoriti, e chi era stato in grado di scalare i vertici del potere, gli faceva da collega.

I consoli avevano il diritto di intercessione contro i pretori nei processi civili o contro le pene decise dai tribuni della plebe e accoglievano gli appelli alle sentenze di altri magistrati. La giurisdizione consolare fu estesa sin dal tempo di Augusto, ma, nella maggior parte dei casi, il giudizio dei consoli era limitato alle riguardanti i senatori, i cavalieri e gli altri magistrati. Alla fine della Repubblica, i consoli avevano perso il diritto di pronunciare sentenze capitali nella città di Roma e quello di farle eseguire dai loro littori, ma con l’inizio dell’Impero essi recuperarono questa importante prerogativa. Sia durante il periodo repubblicano che durante l’Impero, i consoli ebbero la facoltà di agire per conto del senato e del popolo, insieme al diritto di gestire il tesoro pubblico.

All’inizio della repubblica, e per molti secoli, i consoli comandavano le legioni e nonostante la perdita di questa prerogativa già con Silla, nel I sec. a. C., in epoca imperiale il comando delle legioni più importanti fu affidato agli ex consoli.

Infine, i doveri religiosi dei consoli erano molti e di grande rilievo: toccava a loro presiedere ai sacrifici ed ai voti pubblici, ed a tutte le cerimonie religiose compiute in nome del popolo.

I consolari

Come nel caso dei pretori, gli ex consoli, detti consulares o proconsules, potevano continuare la loro carriera politica. Va da sé che solo coloro che godevano di potenti appoggi, da parte dell’imperatore stesso o dei senatori più influenti,  riuscivano a ricoprire cariche così importanti.

Le funzioni consolari furono organizzate in un sistema gerarchico. Tra le cariche consolari civili, le più importanti erano quelle di curatore delle rive del Tevere, curatore di un acquedotto, e, soprattutto, curatore delle distribuzioni di grano. Tra le cariche politiche e militari, il governatorato di una provincia imperiale di rango senatorio era incarico molto ambito, così come il comando di una legione. Anche tra le province esisteva una gerarchia, basata sul prestigio, sulla ricchezza e sul numero di truppe ad essa assegnate: ad esempio, il governatorato della provincia imperiale di Siria, quella più a contatto con il nemico partico prima e persiano poi, era una tra le cariche consolari più desiderate, in quanto sottintendeva un grande favore accordato dall’imperatore e comportava il comando di molte legioni. Dopo quattordici o quindici anni di carriera consolare, i più brillanti tra gli ex consoli potevano accedere all’estrazione a sorte dei proconsolati delle due province senatorie di Africa ed Asia, per tradizione le più prestigiose. Una volta rivestita una di queste due cariche, la carriera senatoria poteva dirsi conclusa.

Tuttavia, con il passare dei secoli, la carica di Prefetto dell’Urbe divenne il vero culmine della carriera senatoria. La prefettura urbana era spesso conferita a vita dall’imperatore ad uno dei senatori in cui riponeva la massima fiducia. Al Prefetto dell’Urbe era affidato il comando di tre coorti di vigiles, le truppe incaricate della difesa della città, e con il tempo, questo altissimo funzionario fu investito di importanti compiti giudiziari (presiedeva un tribunale straordinario e prendeva decisioni senza giuria) ed assorbì i compiti di polizia e controllo pubblico a Roma posseduti dai consoli e dai pretori. Si capisce bene dunque che questa carica divenne il centro della lotta politica dei senatori in epoca imperiale.  

La carriera equestre

Solo in epoca imperiale la classe equestre ebbe la possibilità di rivestire incarichi di governo, grazie ad Augusto. La carriera destinata ai cavalieri consisteva in procuratele e prefetture che, con il tempo, assunsero molti dei caratteri delle magistrature tradizionali, fino ad una sostanziale assimilazione con esse.

Normalmente, un procurator era un amministratore finanziario o patrimoniale, mentre un praefectus era un comandante o un direttore di servizio. La creazione del cursus equestre non fu un processo veloce e privo di contrasti: anzi, in un primo tempo, molti degli incarichi di maggior rilievo furono affidati dagli imperatori giulio-claudii ai loro liberti piuttosto che ai cavalieri. Tuttavia, con la dinastia dei Flavi, la gestione dei servizi più importanti e dei segretariati maggiori (fisco, inchieste, corrispondenza) cessò di essere prerogativa dei liberti imperiali e passò sotto la responsabilità della classe equestre: a partire da questo momento, dunque, la struttura basilare del cursus equestre può dirsi fissata.  La sua gerarchia era basata sul salario percepito: al gradino più basso c’erano i procuratori sexagenarii (che avevano un reddito di sessantamila sesterzi annui), seguiti dai centenarii (centomila sesterzi annui), ducenarii e tricenarii (rispettivamente duecento e trecentomila sesterzi annui).

Nel momento di massima espansione della burocrazia equestre, nel III secolo dopo Cristo, i posti di responsabilità disponibili erano circa 180. Difficilmente l’imperatore poteva occuparsi di tutti i reclutamenti, le revoche e le promozioni ed è pertanto più che plausibile pensare egli avesse delegato all’amministrazione stessa il compito di selezionare i suoi membri, decidere le promozioni ed i trasferimenti ecc.. In altre parole, una parte importante delle carriere era amministrata dagli uffici imperiali, che seguivano un certo numero di regole, moderate e corrette dagli occasionali interventi dell’imperatore.

Procuratori sexagenarii

Per quanto riguarda Roma, i procuratori appartenenti a questa classe erano i responsabili di alcune suddivisioni amministrative, compresa l’annona di Ostia (già allora legata indissolubilmente alla capitale).

Al di fuori di Roma, sono sexagenarii i procuratori delle piccole province, come Creta e Cipro, i comandanti delle flotte minori di Mesia, Pannonia, Alessandria e Siria, i responsabili di alcuni distretti di Alessandria e d’Egitto, ed i comandanti  in seconda delle due flotte maggiori (con il titolo di viceprefetto della flotta di Miseno e di Ravenna).

Procuratori centenarii

A Roma, erano procuratori di grado centenario il direttore della zecca, gli avvocati del fisco, il responsabile dell’archivio dei prefetti del pretorio, l’incaricato a studiis, cioè il responsabile delle indagini giuridiche (necessarie per consentire agli imperatori di giudicare su casi particolarmente complessi) e letterarie (utili per pianificare al meglio la propaganda, le orazioni, gli interventi in ambito culturale). Nelle province, erano centenarii i governatori delle tre province alpine, dell’Epiro e dell’Osroene, così come i procuratori finanziari della Dacia Superiore, della Macedonia, dell’Armenia Maggiore e della Galazia, preposti alla gestione del patrimonio imperiale in quelle province. Sempre centenarii erano i prefetti delle flotte di Britannia e del Ponto.

Procuratori ducenarii

Tra questa classe di funzionari si trovavano nell’amministrazione urbana i capi dei grandi uffici, come i direttori di alcune biblioteche, i responsabili della tassa sul ventesimo delle eredità, il responsabile della corrispondenza greca, il responsabile a studiis Augusti per indagini di vario tipo, il responsabile a voluptatibus Augusti, incaricato di rendere piacevole il tempo libero dell’imperatore, ed i responsabili del censimento. Fuori Roma, avevano questo grado i comandanti (praefecti) delle due flotte maggiori di Ravenna e Miseno, i procuratori finanziari delle province imperiali più importanti (Siria, Gallia Narbonese, Lionese, Aquitania, Belgio, Germania Inferior e Superior, Britannia ecc.), i procuratori che amministravano terreni ed interessi imperiali nelle province senatorie.

Procuratori tricenarii

A questa classe appartenevano i capi dei grandi uffici centrali, coloro che costituivano il “gabinetto” imperiale: il procuratore a rationibus, per le finanze, l’a declamationibus Latinis e l’a declamationibus Graecis, per la  redazione delle orazioni imperiali in greco e latino, l’a memoria, il segretariato centrale, l’a libellis, il procuratore che coordinava le inchieste, l’a censis, che si occupava   dei censimenti, insieme ai responsabili della corrispondenza greca e latina, il procuratore per il patrimonio privato dell’imperatore, il procuratore finanziario dell’Egitto, ed il responsabile della giurisdizione imperiale.

Le grandi prefetture equestri

La carriera equestre non si fermava comunque al grado di procuratore tricenario. Esisteva un’altra manciata di cariche, anch’esse divise in una rigida gerarchia, che venivano rivestite da alcune delle persone più potenti dell’impero. Il prefetto dei vigili rivestiva la meno prestigiosa tra le grandi prefetture equestri, e comandava le sette coorti dei pompieri di Roma. Gli era superiore in grado il prefetto dell’annona, incaricato del vitale compito di procurare gli approvvigionamenti alimentari destinati a Roma. Il prefetto d’Egitto era il governatore della provincia d’Egitto, che, per la sua ricchezza ed importanza, era stata costituita da Augusto come proprietà esclusiva dell’imperatore, tanto che era vietato ai senatori entrarvi. Al  di sopra di tutti questi funzionari si ergeva il Prefetto del Pretorio, il comandante del corpo dei Pretoriani, un vero e proprio esercito incaricato di vegliare sulla persona fisica dell’Imperatore. I Prefetti del Pretorio di norma erano due, ma il loro numero variò da uno a tre. La posizione di Prefetto del Pretorio era il centro delle ambizioni di tutta la classe equestre, in quanto conferiva un potere ed un prestigio secondo solo a quello dell’imperatore.

I favoriti degli imperatori potevano ricoprire queste cariche per lunghi anni; le promozioni, soprattutto quella a Prefetto del Pretorio, dipendevano infatti dalle decisioni del sovrano, piuttosto che da criteri oggettivi.