Parole di pietra
La vita dell'antica Roma raccontata dalle epigrafi della via Appia

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Vita quotidiana. Bevande alcoliche

Indice degli argomenti:

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Bevande alcoliche diverse dal vino

Tra le bevande alcoliche la birra fu una delle prime a comparire sulla terra. Ricavata dalla fermentazione in acqua dei cereali, sembra sia nata in Mesopotamia, terra ricca di pianure che producevano in abbondanza orzo e grano necessari alla sua lavorazione. La birra è menzionata in antichissimi documenti babilonesi, tra cui il codice di Hammurabi, che ne fissa le regole per la fabbricazione e la vendita. Anche in Egitto questa bevanda alcolica fu prodotta sin da tempi antichissimi; era chiamata henge.t, e veniva ricavata dalla spelta; dopo l’acqua del Nilo, era considerata la bevanda principale (la birra egizia, in età romana, verrà indicata col nome zythum).

La birra esisteva, da età molto antica, anche in Grecia ed in Italia, ma in queste aree di produzione ed esportazione di vino non fu mai particolarmente amata, e anzi, era bevuta solo dai più poveri.

In Europa, era famosa la birra gallica (cervesia) ed era molto apprezzata la birra d’Hispania, che veniva prodotta con un sistema molto simile a quello attuale. Tra i Celti, i ricchi brindavano con i vini prodotti nelle campagne intorno a Marsiglia, mentre i poveri bevevano una birra fatta di grano chiamata corma.

Per i Romani la birra restava comunque una bevanda da poveri e da barbari; a rendere meno appetibile il consumo di birra influiva la difficoltà della sua conservazione, che ne imponeva la consumazione sul luogo di produzione; inoltre il trasporto a lunga distanza non risultava conveniente per una bevanda che si vendeva ad un prezzo da due a quattro volte inferiore a quello di un vino di infima qualità.

Oltre alla birra i Romani conoscevano la posca, bevanda dissetante, consumata soprattutto da contadini e soldati, costituita dal vino chiamato acetum diluito in acqua. Secondo quanto ci trasmettono le fonti, questa bevanda costituiva un ottimo ristoro per coloro che dovevano lavorare per molte ore sotto il sole. 

Vini e principali vigneti nel mondo antico

Il naturalista Plinio il Vecchio valutava che fossero ottanta i vigneti degni di menzione, ma ne esistevano ben 185 varietà. Il poeta Virgilio rinuncia ad enumerarli tutti e fissa a quindici il numero dei vini di grande qualità.

Vini di produzione italica

Il più celebre vino italico era il Falerno, chiamato talora ardente, che invecchiando si consumava. Plinio ricorda che questo vino era talmente forte che, qualche volta, arrivava perfino ad infiammarsi.  Molto stimati erano il Massico, il Cecubo, il Caleno, l’Albano, il Sabino, i vini di Sorrento e quelli di Sezze. Il vino di Verona era considerato di qualità eccezionale, mentre quello di Aquileia (vinum pucinum) doveva possedere virtù straordinarie perché secondo Plinio, l’imperatrice Livia, che  ne beveva tutti i giorni, per questo motivo era vissuta fino ad 86 anni.

Si possono ancora ricordare le vigne di Capua, il vino Trifolium, quello delle vigne coltivate sulle pendici del Vesuvio (che probabilmente era l’antenato dell’attuale Lacrima Christi), e, più a sud i vini di Messina (vinum mamertinum) e di Siracusa.  Tra i vini italici di qualità inferiore, quello del colle Vaticano era considerato assai vile.

Vini importati

Nel mondo antico, dall’Egitto alla Grecia, dall’Etruria a Roma, il vino ha avuto un dominio incontrastato nelle tavole. Per quanto riguarda i vini “stranieri” presenti sulle tavole dei romani, al primo posto si possono collocare i vini greci, tra cui i più nobili erano quelli di Chio, Lesbo, Cos, Rodi,  Thasos e Creta. Buoni anche quelli dell’Asia minore tra cui Smirne, Lampsaco, Pergamo e Nicomedia; la Siria produceva ottimi vini e degni di nota erano quelli della Fenicia (tra cui il famoso Biblico dall’isola di Byblos) , della Giudea, soprattutto di Gaza, quelli dell’Arabia e dell’Egitto, che esportava vini pregiati prodotti nel delta del Nilo, il più famoso dei quali era il Mareotide.

Anche la Gallia vantava numerosi vini tra cui quello affumicato di Marsiglia. Vini di qualità provenivano dall’attuale Borgogna  e dalle regioni di Bordeaux (ancora oggi zona vinicola di ottimo livello), mentre la produzione del sud era di qualità mediocre (ad eccezione del già citato vino di Marsiglia, famoso proprio per la particolare lavorazione di affumicatura a cui era sottoposto).

Forum vinarium

L’esistenza di un Forum vinarium è attestata a Roma da 4 iscrizioni che ricordano degli Argentarii de foro vinario, cioè commercianti di materiali

Tradizionalmente si riteneva che il mercato del vino fosse in rapporto con l’Emporium situato vicino al Tevere, presso la via Marmorata. Studi più recenti, anche sulla base del probabile collegamento con il Portus vinarius di Roma fanno preferire una localizzazione presso la riva del Campo Marzio, in vicinanza del luogo dove venivano sbarcati, a partire dall’imperatore Aureliano (III sec. d.C.) i vina fiscalia vini appositamente prodotti a costi calmierati.

Portus vinarius

L’esistenza del portus vinarius è attestata a Roma da 3 iscrizioni che menzionano i negotiatores et coactores de portu vinario  cioè i commercianti e gli esattori delle tasse del porto destinato allo sbarco del vino.

Questo porto era stato collocato nella zona dell’Emporium  presso la Marmorata, ma oggi gli studiosi tendono a localizzarlo sulla riva sinistra del Campo Marzio settentrionale, dove, a partire dall’imperatore Aureliano (III sec. d.C.) venivano sbarcati i vina  fiscalia, vini prodotti a prezzi calmierati.

Sembra che il portus vinarius avesse una notevole estensione, fino all’odierno Trastevere dove esistevano, all’altezza della villa della Farnesina, la sede dove oggi ha sede l’Accademia dei Lincei, le cellae vinariae Novae et Arruntianae, cioè dei magazzini per il rifornimento di vini.

Non si può escludere che il Porto si trovasse nei dintorni dell’attuale Piazza Nicosia o forse del Porto di Ripetta, che potrebbe costituirne l’erede moderno.

Si doveva trattare, in altri termini, del porto fluviale della città, a monte dell’abitato, dove venivano sbarcati soprattutto i prodotti dell’interno della penisola, trasportati via Tevere.

 

Velabrum

La palude del Velabro si estendeva tra la valle del Campidoglio ed il Palatino fino a raggiungere la Valle del Foro. Fu bonificata dai re etruschi di Roma con la costruzione della Cloaca Maxima che sboccava nel Tevere, tra il ponte Emilio (attuale ponte Rotto) ed il ponte Sublicio, dopo aver descritto una grande ansa nell’area del Foro Boario. Per l’età pre-repubblicana e repubblicana le testimonianze più significative dell’area sono quelle fornite dagli autori antichi. Nell’area del Velabro, su un’ampia ansa del Tevere oggi scomparsa, si stendeva il primo e più antico porto fluviale di Roma, il portus Tiberinus localizzabile nell’area antistante la chiesa di S. Maria in Cosmedin. In questa zona sorgevano il Foro Boario (mercato dei buoi) ed il Foro Olitorio (mercato dei legumi e verdure). Già il commediografo Plauto (fine del III sec. a.C) indicava in quest’area la presenza di diverse attività commerciali e produttive, legate prevalentemente al settore alimentare; in età imperiale il poeta Orazio lo ricorda come un quartiere fittamente abitato ed assai frequentato anche da  commercianti  di materiali preziosi, come confermano le iscrizioni, quando riportano la presenza di argentarii (gioiellieri), e margaritarii (commercianti di perle), accanto a negotiantes non meglio specificati.