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Parole di pietra La vita dell'antica Roma raccontata dalle epigrafi della via Appia |
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Vita quotidiana. Teatro |
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Origini e sviluppo delle rappresentazioni teatrali Fino alla seconda meta del III secolo a.C. a Roma gli spettacoli furono essenzialmente caratterizzati dall’improvvisazione e traevano origine da manifestazione della vita popolare presso le città italiche. La più antica forma di spettacolo, a Roma, furono infatti i versus fescennini (dalla città di Fescennium nel territorio falisco tra Etruria e Lazio) sorta di rappresentazione di scenette tratte dalla vita quotidiana. Questi versi erano nati spontaneamente dalle battute scambiate tra i contadini nelle feste per il raccolto, in onore della terra e del dio Silvano o durante i matrimoni. In origine rustici componimenti poetici a versi alterni divennero, con il tempo, sempre più licenziosi, tanto da provocare la sanzione di una legge delle XII tavole. Originaria da Atella (città presso Capua) fu invece la fabula atellana, forma di spettacolo improvvisato diffusa tra le genti di lingua osca della Campania, che portò a Roma il gusto della farsa. Nelle fabulae atellanae un numero fisso di personaggi (ad esempio Macco il ghiottone, Buccone lo sciocco) venivano interpretati da attori che portavano maschere grottesche ed animalesche. Nella sua evoluzione il teatro latino, però, non attinse i contenuti esclusivamente dalle espressioni spontanee del repertorio italico, ma in gran parte dalle opere della tragedia e della commedia greca. Per quanto riguarda la tragedia, nel 240 a.C. il pubblico di Roma assistette durante i ludi romani alla prima rappresentazione di un dramma greco in traduzione latina e tale fu il successo che i ludi scenici ottennero il riconoscimento ufficiale dell’autorità statale e vennero inseriti nel calendario delle festività ufficiali. Sia la traduzione che la messa in scena di questo primo dramma furono seguite da Livio Andronico, scrittore di cultura greca (secondo la tradizione originario dalla colonia greca di Taranto) di cui conosciamo i titoli di 11 opere per lo più ispirate ai modelli dei grandi tragediografi greci Sofocle ed Euripide. Accanto alla tragedia di argomento greco, di contenuto più o meno fedele ai modelli ellenici detta fabula cothurnata dal nome del coturno, il calzare degli attori greci, Roma sviluppa un repertorio originale che adatta la forma greca alla cultura romana. Molto rappresentative in questo senso furono le produzioni teatrali di Gneo Nevio che affrontavano temi di politica e di attualità tipicamente romane, tanto che il poeta fu considerato il creatore del dramma nazionale. A lui infatti si attribuisce l’invenzione della fabula praetexta (dal nome della toga con l’orlo di porpora propria dei magistrati romani), il dramma storico romano. Nel 235 a.C. ebbe luogo a Roma la prima rappresentazione di questo genere teatrale in cui fecero il loro esordio sulla scena personaggi, episodi ed eroi legati alla storia e alla leggenda di Roma. Anche per la commedia il genere della fabula palliata dal pallium, il mantello che gli attori greci indossavano sulla scena e della quale il più fecondo scrittore fu inizialmente Plauto,si accompagnava ad una produzione di ambiente e costume romano o italico detta fabula togata, perché gli attori indossavano la toga, abito proprio del popolo romano, nella quale, ancora una volta Nevio fu l’antesignano. I generi teatrali Tragedia e commedia Le prime tragedie che furono rappresentate a Roma appartengono a Livio Andronico, che operò nella seconda metà del III sec. a.C.; esse erano la traduzione in latino delle grandi opere greche del V sec. a.C., soprattutto di Sofocle ed Euripide. Solo con Nevio, drammaturgo di cultura italica, attivo negli stessi anni, vengono introdotti drammi a soggetto romano; questo scrittore, per circa trent’anni, scrisse infatti tragedie e commedie sia su modelli greci (per la commedia il modello era tratto dal repertorio della commedia greca di età ellenistica, di IV/III sec. a.C., con tipi e trame consuete come i padri severi, i figli scapestrati ed i parassiti scrocconi), sia tragedie e commedie ispirate alla storia ed alla mitologia romane. Tra il III ed il II sec. a.C. il teatro romano annoverava Ennio, Pacuvio ed Accio, autori di tragedie di chiara ispirazione ad originali greci, non solamente dell’età classica (V sec. a.C.) ma anche di epoca successiva. Nonostante l’abbondanza delle produzione tragica a Roma, popolarità di gran lunga maggiore ebbe la commedia, e la notorietà accompagnò i suoi autori. Figura tra le più autorevoli del teatro antico fu infatti il commediografo Plauto, la cui fama era così grande che, dopo la sua morte, furono a lui attribuite ben 120 commedie, delle quali però, secondo lo scrittore ed erudito Varrone, solo 21 potevano essere ritenute autentiche. Sappiamo che san Girolamo era solito rinfrancarsi leggendo commedie di Plauto. Anche Terenzio, nativo di Cartagine, conobbe sia grandi successi (una sua commedia, l’Eunuchus, fu tanto applaudita che venne replicata lo stesso giorno e gli fece guadagnare ben 8000 sesterzi), ma anche cocenti delusioni, tanto che l’autore, dopo aver messo in scena sei commedie, lasciò Roma dove non fece più ritorno, amareggiato dalle accuse rivoltegli dai suoi avversari (ad esempio di non scrivere le opere di sua mano e di copiare brani e personaggi da vecchie commedie latine). Le rappresentazioni di tragedie e commedie iniziarono a decadere durante l’età imperiale; il poeta Ovidio scrisse una tragedia, la Medea, non destinata alla scena dato che il poeta stesso dichiarava : “di non aver mai scritto per il teatro”. Anche le tragedie di Seneca, sembra fossero destinate alla sola lettura da parte dei colti aristocratici. Mimo e pantomimo Il mimo fu presentato, per la prima volta a Roma, durante i ludi Florales del 173 a.C., proponeva trame brevi, divertenti e di attualità, con dialoghi spesso contenenti doppi sensi osceni, che erano molto graditi sia alla plebe romana che ai potenti. Questo tipo di spettacolo presentava due filoni, quello a soggetto erotico con amori, matrimoni e adulteri e quello a soggetto drammatico con morti, avvelenamenti e truffe di ogni genere; più gli argomenti ed il linguaggio erano audaci e licenziosi maggiore era il successo della rappresentazione. Il mimo era l’unico genere in cui gli attori non indossavano la maschera, in esso recitavano anche le donne che, spesso, concludevano la loro esibizione con uno spogliarello (nudatio mimarum ). Nel 22 a.C. venne introdotto a Roma il pantomimo, una rappresentazione a soggetto drammatico-mitologico-storico. L’attore, a volte un vero e proprio acrobata, non recitava bensì danzava e mimava, con gesti e movimenti del corpo, accompagnato dalla musica di cetra, flauto e cembali e dal canto di coristi mentre il ritmo era scandito dallo scabillum, uno zoccolo con un’alta suola dotata di una lamina metallica usata per battere il tempo. I pantomimi, per mantenere la linea dovevano seguire una dieta rigidissima, talvolta perfino usare dei purganti se il corpo si fosse appesantito. Dovevano inoltre praticare esercizio fisico per assicurare scioltezza ed elasticità alle membra. Essi erano idolatrati dalle folle, molto amati dalle donne e perfino da alcuni imperatori: sappiamo dallo storico greco Cassio Dione che l’imperatrice Domizia, moglie di Domiziano, si innamorò del pantomimo Paride che fu allora, fatto uccidere dall’augusto marito. Numerosi ammiratori di Paride deposero fiori e cosparsero di sostanze aromatiche il luogo dell’uccisione fino a che l’imperatore li minacciò di morte. Edifici teatrali urbani I teatri di Roma I primi edifici destinati alle rappresentazioni teatrali erano strutture provvisorie in legno. Lo storico Tito Livio, coevo all’imperatore Augusto, ricorda che nel 179 a.C. furono eretti un teatro ed un proscenio presso il tempio di Apollo, mentre nel 154 a.C. venne costruito un teatro in pietra in rapporto con il tempio della Magna Mater sul Palatino, per la rappresentazione dei Ludi Megalenses. L’ostilità della classe aristocratica nei confronti di questa forma di spettacolo era così forte che la struttura venne demolita poco dopo per decisione dei senatori convinti da Scipione Nasica. Tuttavia gli scavi non hanno restituito resti che possano confermare la notizia. Perché Roma abbia veri e propri edifici teatrali stabili bisognerà attendere il I sec. a.C., nel corso del quale la città ne costruirà tre, tutti localizzati nell’area sud-occidentale del Campo Marzio.
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