Parole di pietra
La vita dell'antica Roma raccontata dalle epigrafi della via Appia

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Vita quotidiana. La condizione sociale delle donne nella Roma antica.

Indice degli argomenti:

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La posizione delle donne nell’antica Roma subì dei cambiamenti nel corso dei secoli, ed era particolarmente diversificata a seconda della classe di appartenenza. Per un breve periodo di tempo, un ristretto numero di donne ebbe la possibilità di avere un “assaggio” di libertà, piccolo per i nostri standard, ma grandissimo se confrontato con i costumi degli altri popoli dell’antichità, come i greci o i semiti; tuttavia, con la crisi dell’impero e la concomitante affermazione del cristianesimo, nel III secolo d. C. quasi tutte le conquiste dei periodi precedenti furono perse, per essere acquisite di nuovo solo nel mondo di oggi.

Nei tempi più antichi, all’epoca dei re, il pater familias esercitava un controllo totale (detto mancipium) su figli, moglie e schiavi oltre che sul patrimonio familiare. Il pater familias  aveva la facoltà di esporre (cioè abbandonare) i figli appena nati, nel caso non avesse voluto assumersi l’onere di allevarli; sappiamo che le bambine subivano molto più frequentemente l’esposizione rispetto ai bambini, tanto che la legge, fin dal tempo di Romolo, obbligava i patres familias a riconoscere almeno la prima figlia lasciandoli liberi, però, di rifiutare tutte le figlie successive. I bambini esposti, se raccolti da qualcuno, ne diventavano schiavi. Ai patres familias inoltre era riconosciuto il diritto di vita e di morte sui figli (ius vitae necisque), sancito dalle XII Tavole e abolito formalmente solamente nel corso del II d. C.. Se è vero che ogni pater familias poneva la maggior parte delle sue speranze e aspettative nella carriera e nel futuro dei figli maschi, è vero anche il fatto che le figlie femmine, nelle famiglie più agiate, ricevevano una buona istruzione, per mezzo di precettori privati, che le educavano allo studio della letteratura greca e latina, al canto, alla danza, al suono della cetra e a tutte le attività necessarie al corretto svolgimento del ruolo di mogli e madri. 

Di fronte all’incontrastata supremazia dell’uomo nel contesto familiare, emerge la posizione subalterna delle donne in tutti gli aspetti della vita quotidiana. Esse si svincolavano dalla potestà paterna nel momento in cui contraevano matrimonio, generalmente combinato dal padre. Ma, con il matrimonio cum manu, passavano sotto la manus (autorità)  del marito o di chi la esercitava sul suo coniuge.  Sempre nell’ambito del matrimonio cum manu, i mariti, potevano ripudiare e prestare la moglie ad un amico, nel caso questi non avesse figli.  Inoltre, secondo tale forma di unione, lo sposo poteva divorziare ed avere piena disponibilità della dote della consorte. La  condizione di inferiorità è del resto esplicitata nel Corpus Iuris (raccolta di leggi e sentenze giuridiche romane) in cui si legge: in molti articoli del nostro diritto la condizione delle femmine è peggiore di quella dei maschi (Digesto, 1, 5, 9).

Tra la fine del I a. C. ed i primi anni dell’impero, motivi di ordine patrimoniale dettarono certamente un’inversione di tendenza nella consuetudine di celebrare le nozze.

Sine manu, o libero, era il matrimonio che riconosceva alla donna maggiore indipendenza. La sposa seguitava a rimanere sotto la potestà del padre ma non ricadeva sotto quella del marito o di uomini della famiglia acquisita, e soprattutto poteva amministrare le proprie sostanze, risposarsi se vedova, divorziare senza difficoltà, seguire gli impegni del marito, curarne gli interessi quando questi era lontano ed ereditarne i beni. Si trattò di una svolta importantissima per le donne: finalmente acquisirono diritti ed ebbero poteri decisionali, che le affrancavano da uno scomodo asservimento.

Lo storico Cornelio Nepote (I a.C.) sottolinea infatti: C’è forse un Romano che esiti a portare ad un convito la propria moglie? c‘è forse una matrona che non si trattenga nell’atrio di casa e non si faccia vedere in pubblico? Invece in Grecia i costumi sono molto diversi: la donna non è ammessa ai conviti, a meno che non vi partecipino solo dei parenti, e vive nella parte più interna della casa, il gineceo, dove non possono accedere se non i parenti più stretti). La donna romana quindi non viveva segregata in casa né era del tutto sottomessa, presenziava ai banchetti in compagnia del marito, era libera di uscire per partecipare alle cerimonie pubbliche, di recarsi a teatro, fare spese, far visita alle amiche, rientrare tardi. Non godendo di diritti politici, non era eleggibile né elettrice, ma poteva fare l’attivista durante le elezioni come a Pompei (CIL, IV, 7473 – “Per Gaio Lollio Fusco, duoviro addetto alle vie e agli edifici sacri e pubblici chiedono il voto le Aselline, compresa Smirina”), né per legge le potevano essere conferite cariche ed onori.

La raggiunta posizione di spicco, tra la fine della repubblica e l’inizio dell’impero, consentì ad alcune donne della classe dominante di esercitare la propria influenza nella vita pubblica, come nel caso di Fulvia, moglie del tribuno Clodio e poi del triumviro Marco Antonio. Costei nel 40 a.C., quando Marco Antonio era in Oriente, s’adoperò a tal punto a salvaguardia degli interessi politici del marito, da provocare lo scontro fra i suoi partigiani ed Ottaviano.

Sempre nel periodo delle lotte civili, che insanguinò Roma nel I a. C., Terenzia, moglie dell’oratore Cicerone, operò per il rientro del marito dall’esilio mentre Turia, con sprezzo del pericolo, difese il marito durante le proscrizioni. Il suo elogio funebre, inciso alla fine del I a. C. su una lastra marmorea ancora parzialmente conservata, ne rammenta il coraggio e la partecipazione alle traversie del proprio coniuge: “Fornisti il più valido aiuto alla mia fuga con i tuoi gioielli: ti togliesti di dosso tutto l’oro e tutte le gemme perché li portassi con me  e poi mi sostenesti durante la mia assenza inviandomi schiavi, denaro, rendite ed eludendo accortamente la vigilanza dei nemici… Quando Cesare Augusto, assente da Roma, mi reintegrò nei miei diritti, tu interpellasti Lepido riguardo alla mia reintegrazione e, prostrata ai suoi piedi, non solo rialzata, ma trascinata e afferrata come una schiava, col corpo coperto di lividure, lo informasti con atteggiamento fermissimo del decreto di Augusto contenente l’atto di grazia e, ricevute anche parole ingiuriose e crudeli ferite, le esibisti pubblicamente, perché il responsabile delle mie sventure fosse ben noto (Laudatio Turiate, I, 2°-5°; II, 11-18, fine I a.C.).

Tuttavia l’immagine che se ne ricava da alcuni testi latini e delle epigrafi sepolcrali, appare però spesso stereotipata, chiusa nella convenzionale celebrazione delle virtù domestiche, quali castità, pudicizia, morigeratezza, capacità di governare la casa e soprattutto di filare la lana (lanificium), occupazione ritenuta, nei tempi più antichi, qualità precipua della matrona esemplare, mulier di elevata statura morale. Questa idealizzazione di “maniera” dimostra la concezione profonda della società romana rispetto al ruolo femminile.

D’altro canto, le notizie sui personaggi femminili romani si ricavano esclusivamente da opere scritte da uomini e non da biografie specifiche. L’ottica talvolta risulta viziata dalla prospettiva maschile come testimoniano ad esempio i ritratti discordanti di Clodia, consorte del console Cecilio Metello, che Catullo celebrò nei suoi versi, e Cicerone descrisse come corrotta e perversa.

Per effetto del suo riscatto giuridico-sociale, la donna romana poté perfino tramare per sete di potere ed adottare comportamenti riprovevoli deprecati dai moralisti. Valga come riprova la bella, nobile e colta Sempronia che per estrema avidità partecipò alla congiura di Catilina…

Il lanificium era ormai il passato remoto.

L’emancipazione femminile, in epoca imperiale, fu un processo lento ed accettato con molta difficoltà dalla coscienza sociale. Gli uomini romani, pur non essendo misogini estremi come i greci, volevano delle donne sottomesse. Livio, ad esempio, consiglia di essere molto parchi nel concedere diritti alle donne, perché esse “quando saranno uguali, saranno superiori”.

Nei versi di Marziale, di Plauto, e soprattutto Giovenale possiamo leggere accuse e denunce, a volte satiriche, a volte di spietata violenza contro le “nuove” donne, accusate di lussuria, sfrontatezza, eccessiva passione per il vino, avidità ecc.. In sostanza, si può ritenere che gli uomini del primo impero non riuscissero ad accettare il desiderio delle donne di usufruire delle libertà loro concesse dal diritto; non potevano tollerare che le donne adottassero comportamenti simili a quelli degli uomini, come ad esempio scegliersi gli amanti ed evitare di avere un figlio.

Con l’ascesa del cristianesimo, la misoginia antica si fuse con le idee nuove, creando una nuova e pesante subordinazione insieme ad un rinnovato apparato ideologico della sposa cristiana timorata di Dio. Cristo aveva detto che non bisognava ripudiare la moglie, ma la chiesa consentiva ai mariti delle adultere di ripudiarle.

Per la morale cristiana, la verginità e l’astinenza erano dei valori importanti e dei modelli di comportamento da seguire. Già nel tardo impero, ed ancor di più nei secoli successivi la castità e la verginità, consigliate non solo ai sacerdoti ma anche ai laici, furono considerate condizioni desiderabili e migliori del matrimonio. Tuttavia, se non si riusciva ad essere vergini e casti, allora era doveroso essere sposati. Avere una vita sessuale al di fuori del matrimonio era ovviamente peccato.

Questa esaltazione della castità, che fu particolarmente rigida nei confronti delle donne, andò di pari passo con la grandissima diffusione del culto di Maria, il modello che tutte le donne avrebbero dovuto seguire. I Padri della Chiesa si interrogarono a lungo sulla verginità di Maria, ed alla fine, nel Concilio Laterano del 649 d.C. essa divenne un dogma.

All’esaltazione di Maria, trasformata dai Padri della Chiesa in un essere umano senza sesso, ma in grado di partorire, corrispose, dal tardo impero fin quasi ai giorni nostri, una sistematica demonizzazione della donna. Il sesso fu visto dai padri della chiesa come un male necessario da combattere e vincere. Poiché si riteneva che le donne fossero in tutto più deboli degli uomini, fu lecito pensare che esse fossero più soggette ai piaceri della carne, e quindi pericoloso oggetto di tentazione. Le invettive dei Padri della Chiesa (e di alcuni pagani) contro le donne sono innumerevoli. Se già Tertulliano scriveva “Donna tu sei la porta del Diavolo”, è con Sant’Agostino che il cristianesimo raggiunge vette di misoginia prima insuperate. Per Agostino, la grazia può essere raggiunta solo abbandonando qualsiasi tentazione della carne, abbandono che si realizza anche demonizzando la donna. Ecco le parole di Sant’Agostino sul sesso: “poiché non avete altro modo di avere dei figli, acconsentite all’opera della carne solo con dolore, poiché è una punizione di quell’Adamo da cui discendiamo”. Sulle donne, Agostino dichiara: “non c’è nulla che io debba fuggire più del talamo coniugale, niente getta più scompiglio nella mente dell’uomo delle lusinghe della donna, e di quel contatto dei corpi senza il quale la sposa non si lascia possedere”.

Insomma, anche attraverso l’opera dei Padri della Chiesa, l’antico concetto secondo il quale la donna sia “per natura” inferiore all’uomo ritorna con forza nella morale comune occidentale, vanificando le conquiste ottenute dalle donne dell’aristocrazia romana durante i primi due secoli dell’impero.