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Ti trovi in: Home - Attività culturale - Approfondimenti - La Pianta dei Fori Imperiali Articolo di Cairoli Fulvio Giuliani tratto dal catalogo della mostra Ricostruire l'Antico prima del virtuale. Italo Gismondi. Un Architetto per l'Archeologia (1887-1974) a cura di Fedora Filippi
Il punto di partenza fu il rilevamento diretto integrale delle parti visibili dei Fori che, su una superficie totale di 111 ettari, assommavano a meno della metà (la parte nota degli scavi era, infatti, meno di 51 ettari). Le integrazioni, la parte da “riprogettare”, quindi occupava più di 60 ettari. Delle ampie lacune certe parti potevano agevolmente essere integrate chiudendo su semplice base geometrica, e magari perseguendo soluzioni simmetriche, le forme suggerite dalle parti in vista. Questo naturalmente andava bene per le linee generali, ma non metteva al riparo da omissioni anche macroscopiche come quella, per esempio, della presenza di altre grandi absidi nel Foro di Augusto che si aprivano nel muro perimetrale e le cui tracce sono apparse solo in questi ultimi anni. Nelle zone invece, di cui non si aveva alcuna indicazione materiale non restava che seguire le soluzioni proposte da altri studiosi e formulate quasi sempre su basi metodologiche del tutto diverse da quelle del Gismondi. Così deve essere andata con il tempio del Divo Traiano e soprattutto con il portico curvo connesso che, pur non comparendo nella Forma Urbis del Lanciani, è presente nel plastico del Bigot del quale furono consulenti sia lo stesso Lanciani che lo Hülsen.
Come spesso succede, però, i diversi studiosi affidarono la riproduzione a semplici disegnatori / lucidisti e, ritenendo la redazione della copia una semplice operazione meccanica che offrisse tutte le garanzie di fedeltà, dando poca importanza al risultato grafico, trasferirono di volta in volta in tipografia i prodotti ottenuti. Solo così possono spiegarsi le differenze, spesso anche di grande peso che compaiono nelle diverse riproduzioni della planimetria del Gismondi. Il progressivo e sostanziale allontanamento dall’originale si spiega solo con questo modo di procedere: si alterarono le misure, persino il numero delle colonne, le quali talora divennero pilastri, le scale cambiarono posto o scomparvero, le dimensioni dei muri aumentarono spaventosamente fino a prendere il posto di interi vani. E’ lo stesso itinerario degli amanuensi che copiavano i codici: a volte il risultato è tanto lontano dall’originale da impedirne la comprensione. Il processo di decomposizione del lavoro del Gismondi in questo caso si può seguire a partire già dalla prima riproduzione, quella del Lugli del 1946. Nonostante la didascalia reciti: “Pianta dei Fori Imperiali, rilevata sul posto e integrata dall’architetto Italo Gismondi in base ai recenti scavi” anche colpo d’occhio si nota tutta una serie di diversità rispetto all’originale che fa escludere in modo assoluto che quella tavola sia uscita dalla sua mano.
Il processo di destrutturazione cominciò dal Lugli e arrivò, attraverso la carta edita dal Bianchi Bandinelli (1969), e poi dal Coarelli (1974), dal Word–Perkins (1979) e poi ancora dal Coarelli (2006), che si rivelano tutte lucidi di lucidi in un rimbalzo continuo di approssimazioni, alla fase ultima. Dall’esame si può anche riconoscere la diversa discendenza: mentre Lugli e Bianchi Bandinelli si rifanno entrambi indipendentemente al lavoro del Gismondi, tutti gli altri dipendono da quello del Lugli. Attraverso la successione delle figure assistiamo così al nascere del concetto di “cartina archeologica”, quasi solo riferimento turistico, ancora estraneo al Gismondi ma oggi diffusissimo. Cairoli Fulvio Giuliani Riferimenti bibliografici:
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