A proposito dei no delle Soprintendenze

Sento la necessità di intervenire nella discussione che si è aperta dopo l’articolo di Valentini “Tutti i no delle Soprintendenze…” (qui e qui) uscito su La Repubblica di domenica scorsa, ma non per una difesa corporativa, né per sostenere le ragioni della tutela e della sua storia in Italia, ciò che hanno già fatto altri ben più autorevoli e competenti di me.

Dopo aver letto l’articolo di Valentini che concentrava ogni responsabilità del disastro del patrimonio culturale italiano, sui “no” di noi poveri funzionari, ho riflettuto sulla mia generazione entrata con duri concorsi all’inizio degli anni ’80 nei ruoli dell’Amministrazione, giovanissima, piena di forza e di tensione etica e culturale. Noi siamo la generazione che ha innovato l’Archeologia italiana sperimentando i nuovi metodi che venivano dal mondo anglosassone e universitario, che ha introdotto l’archeologia preventiva con le “carte del rischio archeologico” nei piani regolatori comunali, che ha sviluppato l’archeologia urbana, aperto i nostri cantieri al mondo delle professioni che stavano nascendo allora.
Per questo fa un certo effetto sentirsi definire politicizzati, demotivati e vecchi e sopratutto responsabili dello sfascio dell’Italia! Parbleu! non me ne ero accorta, adesso devo fare i conti anche con questa realtà. Certo è che domani quando andrò a fare un sopralluogo la mia delegittimizzazione sarà maggiore. Volete rottamarci impietosamente? Va bene, ma con che cosa ci sostituirete considerato che noi svolgiamo una funzione pubblica complessa che affonda la sua ragion di essere nell’Art. 9 della Costituzione? Tema delicato, perchè dopo tanti anni si è rafforzata in me la convinzione che “conoscenza – tutela – valorizzazione – gestione” siano un’unica attività della quale è ben difficile individuare confini netti. Ora tocca ai giovani, ma dove sono? che peccato non trasferire a nessuno la nostra esperienza (prima di diventare anche dementi).

D’altra parte mi ha molto colpito trovare nell’appassionata difesa e lucida critica delle istituzioni di tutela del Prof. Andrea Carandini che va ad aggiungersi ad altre che stanno levandosi da parte della società civile, un incipit che accomuna sotto il segno negativo la Domus Aurea e Pompei ”…Altre volte (le Soprintendenze) fanno male, come quando …..dicono dei no che solo un certo fondamentalismo giustifica, che non risolvono i problemi della Domus Aurea e di Pompei”.

Non è la prima volta, un paio di settimane fa, su L’Espresso on line era possibile segnalare “I monumenti prigionieri dei cantieri” e,  di nuovo, la Domus Aurea veniva accomunata a Pompei, “tesori nascosti da cantieri–bradipo. Certo Pompei e Domus Aurea sono beni importantissimi per la cultura antica e non solo, ma hanno problematiche conservative assai differenti. Non ho elementi per esprimere alcun giudizio sulla situazione di Pompei, non ho francamente neppure il tempo di approfondire o informarmi direttamente dai colleghi, ma qualche considerazione la voglio fare, da tecnico, perché ogni volta che leggo e sento – ormai sempre più spesso – l’accusa talora veemente sull’incapacità di spesa della Soprintendenza di Pompei, mi chiedo come si sia potuto accettare il vincolo di spesa in due anni per 100 milioni per il risanamento di quel  sito, che sarebbe stato imposto dall’Europa. Nel rispetto del Codice dei Lavori Pubblici, al quale tutti i nostri cantieri sono sottoposti, è assolutamente impossibile assolvere un tale impegno. Noi della Domus, come si può verificare su questo blog, siamo riusciti con grande impegno e fatica di tutti a concludere in due anni circa lavori per qualche milione, ed è tantissimo. Ogni giorno si devono assumere decisioni, studiare i dettagli, risolvere imprevisti, e anche questi passaggi sono documentati sul nostro blog.

Tutelare e conservare è un onere serio, che nel caso della Domus Aurea fa tremare i polsi e non fa dormire di notte, non solo per la responsabilità di toccare un monumento simbolo della cultura classica antica e rinascimentale, di trovarsi a 12 metri di altezza su un ponteggio a tu per tu con la firma di Pintoricchio, oppure con tufi che ti si sgretolano in mano, ma anche per le decisioni costanti da assumere per assicurare la sicurezza di tutti coloro che ogni giorno lavorano all’interno, in condizioni climatiche estreme. Io sono molto fortunata perché ho un gruppo di colleghi forte e competente (di giovani e “anziani” per rimanere nel tema) che condivide con me il peso di tutto questo, e mi ritengo nonostante tutto una privilegiata nel fare ancora questo lavoro da quando ero molto giovane.

Spero, prof. Carandini, che Lei possa – attraverso questo blog – rendersi conto dell’enorme lavoro che abbiamo portato avanti per la Domus Aurea, perché Lei conosce questo monumento e se ne è occupato quando era Presidente del Consiglio Nazionale. La voglio rassicurare perché aver detto di no a un progetto che prevedeva pilastri di acciaio inseriti dentro le murature affrescate fino alle fondazioni e due ascensori interni che planavano davanti alle più famose sale decorate, rimane per me un atto di tutela per la Domus Aurea, perché tutelare significa prendersi cura di qualcosa anche a costo, ove necessario – e per fortuna non succede spesso – di passare per fondamentalista. Ma quella è una storia vecchia e finita davvero.

Fedora Filippi

Direttrice pro tempore della Domus Aurea

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L'autrice

Fedora Filippi

Fedora Filippi

Direttrice scientifica della Domus Aurea dal 2009. Archeologa Coordinatrice in servizio presso il MiBAC dal 1980. E' responsabile inoltre della tutela del Campo Marzio occidentale e di Trastevere. E' Coordinatrice per la tutela del patrimonio archeologico del Centro Storico di Roma. Dirige l'Archivio storico della SSBAR. Esperta, in particolare, di Archeologia urbana ha curato numerose pubblicazioni scientifiche soprattutto nell'ambito dell' Archeologia romana.

6 commenti

  1. Fedora brava! E complimenti davvero!
    In questo mondo in cui tutti accusano tutti, e però nulla fanno, ci voleva proprio la voce di chi fa e fa bene, e farebbe anche molto meglio se avesse più mezzi a disposizione, e persone con cui lavorare e a cui trasmettere le proprie conoscenze. Sparare sulla croce rossa è facile, urlare pure, e inventarsi progetti fantasmagorici ancor di più. Mentre rimboccarsi le maniche e trovare soluzioni concrete è difficile e non lo fa più nessuno. E tutto va a rotoli. E’ dunque sempre più indispensabile l’esempio di chi non ha mai gettato la spugna e si adopera per portare avanti un progetto, pur tra le note difficoltà. Oggi serve solo fare e smettere di parlare.
    Ancora complimenti e ancora grazie.
    Cinzia

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