La Polledrara di Cecanibbio

La Polledrara di Cecanibbio

Un giacimento ad elefanti fossili di oltre 300.000 anni fa

Il territorio che a nord-ovest di Roma si estende dalle pendici del complesso vulcanico Sabatino fino alla pianura litoranea ha restituito, nel corso degli ultimi decenni, numerosissime testimonianze del popolamento umano ed animale risalenti al Pleistocene medio-superiore. Tra queste il sito della Polledrara di Cecanibbio per la ricchezza dei suoi dati archeologici e paleontologici costituisce certamente uno dei più importanti depositi ad Elefante antico (Palaeoloxodon antiquus) attualmente noti ( fig. 1 cartina)

 

Il Museo è ubicato in Via di Cecanibbio s.n.c.

Opening hours, tickets and additional services
Opening hours: 
  • Gruppi o scuole con loro guida (turno gruppo/scuola) possono prenotare il I e III venerdi del mese e il II e IV sabato del mese, alle ore 10.00.
  • Gruppi o scuole con guida della Soprintendenza Archeologica di Roma possono prenotare il I e III venerdì del mese e il II e IV sabato del mese, alle ore 11.00. L’appuntamento con l’archeologo della Soprintendenza Archeologica di Roma è di fronte al museo (15 minuti prima dell’orario prenotato).
  • I singoli visitatori possono accedere al sito, usufruendo del servizio di visita guidata, il IV sabato del mese alle ore 12.
Tickets: 
  • Visite didattiche GRUPPI
    costo: € 130.00
  • Visite didattiche SCUOLE
    costo: € 90.00
  • Turno GRUPPO/SCUOLE
    costo: € 100.00
  • Visite SINGOLI
    costo: € 5.50 (+ € 2,00 diritto prenotazione)
Booking: 

Il giacimento è attualmente aperto al pubblico e può essere visitato dietro prenotazione da effettuare telefonando al numero +39.06.39967700 (lunedì-sabato 9-13.30 e 14.30-17), o collegandosi al sito coopculture

  • Gruppi o scuole con loro guida (turno gruppo/scuola) possono prenotare il I e III venerdi del mese e il II e IV sabato del mese, alle ore 10.00.
  • Gruppi o scuole con guida della Soprintendenza Archeologica di Roma possono prenotare il I e III venerdì del mese e il II e IV sabato del mese, alle ore 11.00. L’appuntamento con l’archeologo della Soprintendenza Archeologica di Roma è di fronte al museo (15 minuti prima dell’orario prenotato).
  • I singoli visitatori possono accedere al sito, usufruendo del servizio di visita guidata, il IV sabato del mese alle ore 12.
Director: 
Anna De Santis
Location: 
Rome, RM, Lazio, Italy
Public transportation: 

Il sito non è raggiungibile con autobus o metropolitane. Può tuttavia essere raggiunto seguendo due percorsi:

  • Tramite la via di Boccea (transitabile anche in pullman). Superato il km 11, dopo aver lasciato sulla destra l’unico bar-tabacchi della zona, si deve svoltare alla prima strada a sinistra: via Francesco Ercole. Dopo circa 200 m, subito dopo il casale, svoltare a destra e proseguire per circa due km, fino a raggiungere il museo.
  • Tramite la via Aurelia (transitabile solo in automobile). Al km 22 della via Aurelia, al bivio Fregene-Anguillara, svoltare a destra e prendere la strada con direzione Anguillara. Dopo circa 5 km svoltare a destra e prendere via Cecanibbio. Proseguire sempre in salita per circa 1,5 km, fino a raggiungere il museo.

Il Giacimento

Piantina con le strade dell'area della Polledrara

La Polledrara: un giacimento ad elefanti fossili di oltre 300.000 anni fa

 Il territorio che a nord-ovest di Roma si estende dalle pendici del complesso vulcanico Sabatino fino alla pianura litoranea ha restituito, nel corso degli ultimi decenni, numerosissime testimonianze del popolamento umano ed animale risalenti al Pleistocene medio-superiore. Tra queste il sito della Polledrara di Cecanibbio per la ricchezza dei suoi dati archeologici e paleontologici costituisce certamente uno dei più importanti depositi ad Elefante antico (Palaeoloxodon antiquus) attualmente noti (fig. 1 cartina).

Il giacimento, ubicato a circa 22 km da Roma nell’area compresa tra le vie Aurelia e Boccea (fig. 2), venne individuato nel 1984 nel corso di ricognizioni di superficie promosse dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma. Lungo il pendio di una collina, a circa di 83 m s.l.m., i lavori agricoli avevano fatto affiorare numerosissimi frammenti di fauna fossile - per la maggior parte riferibili ad Elefante antico e a Bue primigenio - associati a strumenti litici del Paleolitico inferiore. Lo scavo del giacimento, iniziato nel 1985 e ormai quasi completato, ha rimesso in luce per un’area di oltre 900 mq  una paleosuperficie attribuibile all’alveo di un piccolo corso d’acqua inciso in un banco di tufite granulare compatta (fig. 3). 

Sul paleoalveo sono irregolarmente distribuite alcune migliaia di resti faunistici riferibili essenzialmente a grandi mammiferi, con prevalenza di Elefante antico (Palaeoloxodon antiquus(foto con ossa fig. 4),  Bue primigenio (Bos primigenius) (fig. 5 Con crani di bos)  e Cervo elafo (Cervus elaphus), associati a manufatti litici e su osso. Le numerosissime ossa, anche di grandi dimensioni, erano state trasportate durante le fasi di piena del corso d’acqua e poi depositate sul fondo al calare della corrente (Fig. 6 Foto con ossa prima campagna di scavo).  L’alternanza di tali fasi con momenti di normale scorrimento dell’acqua aveva prodotto più eventi di trasporto e di deposizione dei resti ossei. Successivamente, il progressivo impaludamento dell’alveo per l’accumularsi dei sedimenti fluviali aveva portato alla formazione di aree con acque stagnanti e ricche di fango, nelle quali erano rimasti intrappolati alcuni elefanti.

Elementi dello scheletro in parziale connessione anatomica (Fig. 7 piede) e in posizione di vita (Fig. 8 zampa di El e fig 8 bis P2260324), riferibili ad almeno tre esemplari, sono stati rimessi in luce nel corso delle prime campagne di scavo. Tra i resti di uno di questi sono stati rinvenuti in connessione anatomica il cranio con mandibola ed alcuni metacarpali di un esemplare di lupo (Canis lupus) (Fig. 9), il cui scheletro era stato in parte asportato dall’erosione e dalle arature. L’animale, che probabilmente si era avvicinato alla carcassa dell’elefante per procurarsi il cibo, doveva essere anch’esso rimasto  intrappolato nel fango.

La datazione del giacimento

Schema stratigrafico

I resti fossili della Polledrara sono inglobati nei livelli fluvio-palustri facenti parte della successione sedimentaria di Ponte Galeria (PGS) che si estende per oltre 30 km a NW lungo le coste laziali e che include anche depositi della successione piroclastica del complesso vulcanico Sabatino.

I depositi fossiliferi della Polledrara, caratterizzati da uno spessore di pochi metri e con giacitura sub-orizzontale, sono successivi alla deposizione del “Tufo rosso a scorie nere” datato a 490.000-430.000 anni fa e possono essere correlati ai sedimenti di riempimento di valli incise depostisi a chiusura della sequenza sedimentaria PG6 (Formazione Aurelia) nel Pleistocene medio-superiore, durante la risalita del livello marino corrispondente allo stadio isotopico MIS 9.

Il giacimento può quindi essere collocato cronologicamente intorno ai 320.000 anni fa (Fig. 9 rielaborato da Milli et al 2008).

Il Museo

L'entrata del Museo

L’interesse scientifico del giacimento, l’eccezionale stato di conservazione dei reperti paleontologici, la cui fossilizzazione è stata determinata dai sedimenti vulcanici in cui erano inglobati, e la varietà della loro giacitura - dalle ossa trasportate e dislocate dalla corrente del corso d’acqua a quelle in connessione anatomica della fase palustre - hanno motivato la musealizzazione del sito.

Il museo, realizzato in occasione del Giubileo 2000 grazie ad un finanziamento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ha permesso di conservare in situ il deposito, di valorizzarlo e renderlo accessibile al pubblico (FIG 11 a,b,c museo). La struttura copre un’area di 900 mq, comprendente una parte della paleosuperficie già rimessa in luce e conservata in posto, ed una parte di deposito ancora inesplorato, il cui scavo, ormai in via di completamento, ha messo ulteriormente in evidenza la spettacolarità del sito (Fig 12 o 12 b). Accanto agli ammassi disordinati delle ossa depositati dalla corrente sul fondo dell’alveo, nei livelli paludosi della fase più recente si sono conservate porzioni di scheletri di Elefante antico con le ossa ancora in parziale connessione anatomica (FIG 13 ).

Per l’allestimento museale, attualmente in corso, è stato realizzato un grande pannello (5 x 28 m.) con la ricostruzione, su base rigorosamente scientifica, dell’ambiente e della fauna riferibili alla fase fluviale del giacimento pleistocenico (Fig. 14). In un secondo pannello (3,70 x 20m), in via di allestimento [?], è stata illustrata la scena della macellazione di un elefante rimasto intrappolato nel fango e solo recentemente rimesso in luce, con un’accurata ricostruzione dell’ambiente riferibile alla fase di impaludamento dell’area. (Fig 15)

La Fauna

Cranio di elefante maschio

La fauna del sito è caratterizzata dalla presenza di mammiferi di grande taglia; tra questi i resti di Bue primigenio (Bos primigenius) e di Elefante antico (Palaeoloxodon antiquus) sono i più abbondanti. Lo stato di conservazione dei reperti faunistici varia sensibilmente: si passa da frammenti ossei più o meno abrasi e levigati dall’azione dell’acqua ad ossa integre perfettamente conservate.

L’elefante è rappresentato da tutte le parti dello scheletro; sono stati rinvenuti sette crani quasi completi di cui tre riferibili a maschi adulti (Fig 16), mandibole (Fig 17), numerose zanne (Fig 16), denti isolati, vertebre e costole, scapole, bacini, ossa degli arti alcune delle quali in connessione anatomica; il tutto appartenente almeno a 30 individui fra cui prevalgono quelli adulti. I crani, in particolare, rappresentano un campione straordinariamente ricco che consente una migliore definizione dei caratteri degli esemplari italiani di Palaeoloxodon antiquus. Il Bue primigenio è la seconda specie in numero dei resti, ma è la più abbondante se si considera il numero degli individui (oltre 40 nel materiale sino ad ora esaminato), tra cui prevalgono nettamente gli individui adulti. Meno numeroso, ma ben rappresentato, è il cervo (Cervus elaphus), di cui si conservano soprattutto porzioni del palco e degli arti (Fig 18 a oppure fig. immagine 139).

Il rinoceronte (Stephanorhinus sp.) (Fig 19), il cavallo (Equus sp.), il cinghiale (Sus scrofa) ed il bufalo d’acqua (Bubalus murrensis), specie di origine asiatica fino ad ora segnalato solo nell’ Europa centro-settentrionale (FIG 20), sono documentati invece da un esiguo numero di resti.

I carnivori sono rappresentati dal cranio e dalla porzione di un arto anteriore, in parziale connessione anatomica, di un lupo (Canis lupus) e da alcuni denti di volpe (Vulpes vulpes); i primati da un dente di macaca (Macaca sylvanus). Lo scheletro incompleto di un leporide (Lepus sp.) si è conservato in un piccolo avvallamento dell’alveo, protetto da una zanna di elefante che ne aveva impedito la dispersione da parte della corrente. Numerosissimi anche i resti di micromammiferi, anfibi, rettili (tra cui tartarughe di acqua e di terra) e uccelli acquatici, prevalentemente anseriformi.

Tale associazione faunistica è in accordo con l’età proposta per il deposito fossilifero della Polledrara e rientra nel complesso delle faune del Pleistocene medio note come unità faunistica di Torre in Pietra, presenti anche nei giacimenti della Formazione Aurelia di Castel di Guido, Malagrotta e Torre in Pietra.

L’industria litica e su osso

Molare superiore sinistro umano attribuibile ad Homo heidelbergensis

Il rinvenimento di oltre 700 manufatti associati ai reperti faunistici e riferibili culturalmente al Paleolitico inferiore testimoniano la presenza dell’uomo lungo il corso d’acqua, attestata anche dal recente ritrovamento di un secondo molare deciduo superiore sinistro umano, attribuibile in base a considerazioni cronologiche e geografiche ad Homo heidelbergensis (Fig 21).  

I manufatti litici sono stati ricavati da ciottoli in selce e più raramente in calcare siliceo, per la maggior parte di piccole dimensioni (Fig 22), che non appartenevano all’ambiente fluvio-palustre del giacimento ma che l’uomo si era procurato nei depositi ghiaiosi della Formazione Galeria posti a valle del sito, ad una distanza di qualche km e ad una quota più bassa di circa 40 m.       

Sono presenti nuclei, schegge, strumenti su ciottolo e su scheggia. Le piccole schegge formatesi nel corso della lavorazione degli strumenti (débris), raramente presenti nell’ambiente fluviale certamente perché portate via dalla corrente, sono invece numerose nei livelli palustri e documentano la produzione sul posto dei manufatti. I nuclei sono generalmente ad uno o due piani di percussione; per le piccole dimensioni dei ciottoli (generalmente di pochi cm) i manufatti sono talvolta ottenuti con la tecnica bipolare, che consiste nel colpire con un’altra pietra il ciottolo appoggiato su di un’ incudine. Gli strumenti, ottenuti sia su scheggia che su ciottolo e con i margini lavorati generalmente con un ritocco erto a scaglie, sono costituiti essenzialmente da raschiatoi, denticolati, intaccature e grattatoi (Fig 23); spesso un solo manufatto presenta più bordi ritoccati testimoniando uno sfruttamento intensivo della materia prima, che non era reperibile nelle immediate vicinanze del sito. Le superfici freschissime dei manufatti provenienti dai livelli palustri hanno reso  possibile l’analisi delle tracce di utilizzazione che sono risultate prodotte dal contatto con tessuti animali (carne, pelle, osso) nel corso di attività di macellazione.

Probabilmente,  collegato alla difficoltà di reperire nelle vicinanze supporti di dimensioni superiori a quelle dei ciottoli silicei per la produzione di strumenti è lo sfruttamento dell’osso come materia prima, documentato da alcuni strumenti realizzati su frammenti di diafisi di Elefante (Figg 24 e 25)   e da alcuni frammenti ossei che, seppur non modificati intenzionalmente, presentano chiare evidenti di utilizzazione. A differenza dei siti coevi di Castel di Guido, Malagrotta e Torre in Pietra ubicati a pochi km dalla Polledrara, non sono stati fino ad ora rinvenuti strumenti a ritocco bifacciale, né in pietra nè in osso.

Da segnalare inoltre la presenza nel giacimento di blocchi di leucitite, alcuni dei quali del peso di qualche chilogrammo, rinvenuti accanto alle ossa sia sul fondo dell’alveo che nei livelli palustri e probabilmente utilizzati dall’uomo per fratturare le ossa.

Genesi ed evoluzione del giacimento

Accumulo di resti ossei di varie dimensioni

Lo scavo  di questi ultimi anni svoltosi all’interno dell’area musealizzata ha permesso di avere una visione più ampia del giacimento, sia in relazione alla morfologia del fondo che alla disposizione spaziale dei reperti paleontologici.

Attualmente sono riconoscibili due parti dell’alveo poste a quote differenti e separate da un gradino di circa 80 centimetri di altezza. Al di sopra di questo il fondo del corso d'acqua appare piuttosto irregolare ed è caratterizzato da un alternarsi di aree rilevate e depresse che hanno condizionato la direzione e la velocità della corrente fluviale, determinando localmente l'accumulo di resti ossei di varie dimensioni (Fig 26).

Immediatamente a valle del gradino la morfologia dell'alveo appare decisamente più piatta e la disposizione dei resti faunistici indica una minore energia delle acque. Questa non ha portato sempre alla dispersione delle ossa di maggiori dimensioni,  come si riscontra ad esempio per i resti dello scheletro di un elefante (Fig 27) che, pur essendo smembrati, non sono dispersi e si trovano parzialmente accumulati in un’area ristretta. In prossimità della riva destra  alcune zanne di elefante (Fig 28) sono allineate parallelamente alla riva secondo la direzione della corrente; numerose ossa di grandi dimensioni, una volta depositatesi sul fondo, hanno costituito  una sorta di barriera contro cui si sono accumulati elementi ossei di minori dimensioni.

Tranne poche eccezioni, i resti faunistici e gli strumenti litici che giacciono sul fondo presentano diversi gradi di alterazione. Le ossa hanno  le superfici fortemente striate, con fratture da impatto o per calpestio (trampling); in alcuni casi si rilevano   fratturazioni intenzionali ad opera dell’uomo per l’estrazione del midollo. Nei livelli riferibili alla fase di  impaludamento dell’alveo sia i reperti faunistici che l’industria litica  presentano invece una superficie fresca.

Gli scavi più recenti hanno messo in evidenza, nei sedimenti della fase palustre, lo scheletro quasi completo e in connessione anatomica di un elefante. Del pachiderma sono finora visibili parte del cranio con le zanne ancora inserite nelle coane nasali, l’omero sinistro con accanto il radio e l’ulna destri, l’articolazione femore-tibia e fibula sinistri con le ossa del piede sinistro, la testa del femore destro e il piede destro articolato alla tibia (Fig 29).

In stretta relazione spaziale con i resti dell’elefante, rimasto intrappolato nel fango, è stato rinvenuto un consistente numero di manufatti litici (circa 200) che appaiono di particolare interesse archeologico sia per la loro distribuzione spaziale che per gli aspetti tecnologici e funzionali. La maggior parte di questii, le cui  dimensioni massime raggiungono raramente i 4-5 cm, è concentrata lungo il fianco destro della carcassa e in qualche caso a stretto contatto con essa; presenta superfici estremamente fresche e documenta tutte le fasi di lavorazione della selce. Si tratta di ciottoli interi, nuclei, schegge, scarti di lavorazione e strumenti ritoccati – essenzialmente raschiatoi -  sia su ciottolo che su scheggia. La presenza di raccordi e rimontaggi di più elementi riconducibili ai medesimi ciottoli testimonia inequivocabilmente la lavorazione in situ dei manufatti  (Fig 29), alcuni dei quali conservano ancora le tracce d’uso derivate  dal contatto con i tessuti animali. Nella stessa area e con distribuzione simile a quella degli oggetti in selce sono stati rinvenuti alcuni reperti faunistici con evidenti fratture su osso fresco e schegge, alcune delle quali intenzionali, ricavate per la maggior parte da diafisi di elefante e utilizzate certamente come strumenti.

Nel giacimento della Polledrara appare così eccezionalmente documentata una pratica di macellazione sulla carcassa di un animale morto per fattori naturali, testimoniando che, oltre alle sponde del fiume, anche la successiva area  palustre venne frequentata da gruppi umani  per le particolari possibilità di sfruttamento delle risorse animali che offriva loro questo territorio.

Bibliografia